Blog de “La sinistra l’arcobaleno” a Brescia

«Il comunismo? E’ una domanda non certo un modello»

Maggio 15, 2008 · Lascia un Commento

Intervista a Niki Vendola

di Anubi D’Avossa Lussurgiu (Liberazione 13 maggio 2008)

Nikita Vendola, dopo il Comitato politico nazionale che ha deciso le modalità del congresso di Rifondazione comunista, hai ufficializzato la tua disponibilità ad assumere, al termine di questo stesso confronto congressuale, il ruolo di segretario del partito. Tu, che sei già presidente della Regione Puglia, risulti ora il solo candidato segretario. Ci riassumi le ragioni di questo passo, accolto non senza polemiche da parte di altri nell’attuale dialettica interna al Prc?
Guarda, ci tengo veramente a discutere in maniera aperta della mia candidatura. Perché credo che la discussione vada liberata da qualsiasi equivoco o argomento capzioso. Io sono presidente di una cruciale regione del Sud. Svolgo un ruolo che è di grandissima delicatezza e straordinario impegno e che è considerato uno dei vertici del potere. Ora mi lancio in una sfida terribile. Ho attorno a me una comunità ferita, un partito cancellato dalla rappresentanza parlamentare, gravemente sconfitto, diviso. Chiunque volesse alludere ad un mio desiderio di “carriera” dovrebbe avere il senso dello humor . Vorrei dire che la mia scelta fosse letta per quello che è: un atto di assoluto amore nei confronti di quella casa (il mio partito) che ho contribuito a far nascere e che è diventata parte integrante della mia stessa vita.

E però Paolo Ferrero, così come aveva proposto un congresso a tesi piuttosto che a documenti contrapposti, ha interpretato la tua candidatura come qualcosa di distante da un necessario spirito unitario. Che cosa rispondi?
Che bisogna smetterla di giocare a quelli che gridano «al lupo, al lupo!». Certi compagni si comportano in perfetta aderenza allo spirito dei tempi, mettendo al centro della politica e delle passioni il sentimento della paura. Desidero essere molto chiaro: mi è capitato spesso di essere accusato di voler sciogliere. Anche di voler sciogliere il Pci, magari da parte di quelli che effettivamente lo sciolsero. E nella storia di Rifondazione comunista ciclicamente torna questo tormentone, che è l’argomento demagogico usato da tutti coloro i quali pensano sia sufficiente richiamarsi all’identità: come se l’identità fosse il terreno delle certezze assolute e non viceversa il cammino accidentato alla ricerca dei luoghi e dei soggetti della trasformazione. Questa visione dietrologica e complottista è sbagliata, induce riflessi viscerali ed è abbastanza improponibile da parte di chi ha usato la sconfitta elettorale per un pesante regolamento di conti interni.

L’argomento della critica alla tua candidatura, comunque, si appunta sull’annuncio immediato, all’apertura del percorso congressuale: bisogna sfuggire, si dice, al rischio d’una piega presidenzialista…
Tutta questa cautela sulla questione della leadership avrebbero dovuto metterla in campo prima, in quel Cpn in cui invece hanno pensato bene di prendere un’intera leadership e di dividerla in due: una parte per esporla al bombardamento delle critiche, e l’altra invece per immunizzarla, salvagualdarla da qualunque tensione nel bilancio delle responsabilità. Devo dire che c’è qualcosa che per me ha rappresentato davvero un vulnus insopportabile: il processo sommario a Bertinotti e Giordano è stato una spettacolo poco consono a quello che dovrebbe essere il nostro costume collettivo. E invece la correttezza di Franco (Giordano, ndr ) non solo nel fare un passo indietro ma nel chiedere lo stesso a tutti i responsabili della direzione politica del partito e a tutti i suoi massimi rappresentanti, era un atto di grande lealtà. D’altronde è un classico: di fronte ad uno sconquasso di tali proporzioni si può reagire in due modi, o aprendo un confronto libero e vero, spietato ma anche capace di stringere la rete della solidarietà, oppure precipitando in una faida interna agli apparati e ai gruppi dirigenti. Io mi sono permesso qualche minuto dopo la sconfitta elettorale di dire in conferenza stampa: per piacere, compagne e compagni, non cerchiamo i colpevoli ma cerchiamo tutti insieme le cause. Purtroppo quest’appello è caduto nel vuoto. E allora oggi chiedo a tutti, per lo meno, di archiviare le ipocrisie. Naturalmente, a tutti e a cominciare da me stesso, chiedo uno sforzo supplementare per mettere al centro il tema vero della discussione congressuale.

Ecco: qual è, per te, l’oggetto politico fondamentale di questo congresso?
E’ cosa dovrà essere questo partito in una stagione culturale e politica così segnata dall’egemonia delle destre. E’ il “che fare” in questo vuoto pneumatico di rappresentanza politica delle domande di sinistra.

Bene, ma prima di sviscerarlo, approfitto della tua risposta per soffermarci ancora un momento sulle divisioni attuali: ancora Ferrero dice, mi pare, che non c’è vuoto pneumatico ma una diversità di soggetti politici. E che dunque «la costituente della sinistra» dividerebbe, tanto che la chiama «socialista» per dire che tende ad escludere «i comunisti»: mentre al contrario servirebbe «una casa più grande, dove possano stare tutti». Tu che ne pensi?
Vorrei diffidare tutti dall’inabissarsi nelle dispute nominalistiche. E guardiamo le cose che sono dietro le parole. La federazione come modello di relazione tra i diversi soggetti della sinistra è esattamente l’opzione che ha portato all’esperienza fallimentare de “la Sinistra l’Arcobaleno”. Prendi quel poco che c’è, lo sommi e magari cerchi una cartolina illustrata che evochi un’ipotesi di convivenza. Ma questo è davvero il modo di sfuggire al grande tema che è quello di come si ricostruisce una sinistra di popolo.

La quale invece cosa e come sarebbe?
Intanto, il contrario della somma algebrica delle cose talvolta contraddittorie che sono in campo. Il problema, invece, è il processo costituente di questa sinistra di popolo. Il processo costituente non è la convocazione di un’assemblea che fa nascere chissà che cosa: è un processo di costruzione, nella politica e nella società, nei luoghi di lavoro e nei quartieri, nelle scuole, in tutte le comunità, di reti che mettano in collegamento sensibilità, culture, esperienze, conflitti. A partire dal confronto con quel dato sconvolgente che è la mutazione di tutte le forme di comunità, da quella urbana a quella di lavoro. In quell’ipotesi che abbiamo ad un certo punto condiviso, quando parlavamo di nuova soggettività unitaria e plurale, non stavamo pensando ad un partito: altrimenti, l’avremmo chiamato apertamente così. Il tema di come si ricostruiscono le forme dell’agire politico di massa, noi ce lo siamo già posti quando c’era il Pci che, diciamo, le masse le frequentava: intendo per noi quelli come me che hanno criticato la forma partito e le sue liturgie. Il punto oggi è fare politica da sinistra in una società disgregata e atomizzata, in un mercato del lavoro che frammenta le grandi identità collettive, in una condizione urbana che ferisce i legami sociali, in una crisi radicale di tutti quei consorzi umani che sembrano ormai abitati dalla lingua del trash della tv commerciale. E’ un tema gigantesco quello che abbiamo di fronte, altro che piroette politicistiche, voli pindarici – sciolgo un partito, ne faccio un altro…; quasi si trattasse di stare in laboratorio a giocare con l’alchimia del politico. E’ esattamente il contrario. L’assillo è: come si riconnette la politica alla società, come la politica diventa principio di identificazione dei corpi sociali.

A proposito di crisi dei consorzi umani: non pensi che la ricostruzione di un linguaggio politico debba anche riconoscere nuove forme di vita, di relazione, nuove pratiche e identità sociali?
Assolutamente sì. Le nozioni di spazio e di tempo sono saltate. Quando si dice oggi “territorio” non si può pensare ad un’entità statica. Anche Beppe Grillo occupa un territorio, a partire dal suo blog . Non c’è più una relazione meccanica tra territori e comunità, anzi ce ne sono di molto abitati ma senza comunità, compresi tanti territori del lavoro. Uno potrebbe dire: e se non c’è comunità, come potrebbe mai esserci comunismo? Il filologo, se non trova più la radice non solo etimologica ma materiale, non sa dare più significato alla parola. Allora, il tema è la rifondazione dei consorzi umani e della loro possibilità di liberazione. Aggiungo che questo comunismo oggi si propone necessariamente come una grande ricerca, una grande domanda: perché se si presentasse come l’organizzazione d’un campo internazionale o d’un modello da emulare, saremmo non alla reiterazione delle tragedie del passato ma al grottesco. Lo dico perché le miniature caricaturali dell’internazionalismo del Novecento oggi si presenterebbero come l’esatto contrario rispetto alla cultura del movimento altermondialista. E poi: non è che noi possiamo essere pacifisti contro gli Usa e muti rispetto alle politiche di iper-armamento di altre parti del mondo.Non è che siamo super-ambientalisti rispetto alla produzione di emissioni di anidride carbonica da parte dell’Occidente industrializzato, e siamo poi muti rispetto all’industrializzazione in corso in Cina e ai suoi effetti ambientali. E non è che i diritti umani possono avere un peso differenziato a seconda della collocazione sul mappampondo della loro violazione. Insomma: non si può più parlare con lingua biforcuta. La menzogna non può mai e in nessun caso essere giustificabile perché c’è una prospettiva salvifica davanti a noi. Il registro delle doppie verità, o meglio della doppiezza, è elemento d’una storia che io considero finita. E’ il mondo intero con le sue contraddizioni e i suoi dilemmi che ci propone la necessità d’un discorso di verità da costruire. Verità sui rapporti di produzione, sulle aggressioni alla biosfera, sulla violenta gerarchizzazione dei rapporti tra i generi sessuati, sul contenuto crescente di violenza nella cultura generale del nostro tempo. Dunque, siamo chiamati a pensieri lunghi. E contemporaneamente a tenere i piedi ben piantati per terra…

A proposito: volevo proprio chiederti se c’è qualcosa da dire su che si fa qui ed ora, in Italia, da quest’estate 2008…
Certo che c’è. Ci sfida l’agenda del governo Berlusconi, dal federalismo fiscale alla psicosi dell’insicurezza, dall’attacco all’autonomia del conflitto sociale alla paura delle nuove libertà e delle nuove soggettività. Ma c’è molto di più, per l’agenda nostra. C’è ciò che della vita delle giovani generazioni ci racconta la tragedia di Verona. C’è quella mutazione antropologica che si intravede nella quotidiana ripetitività del bullismo adolescenziale, che indica davvero un buco nero di umanità e di valori. E’ paradossale: la crisi del nostro tempo è talmente radicale che chiede pensiero forte e radicali risposte. Berlusconi ha vinto con la forza del suo radicalismo – populista, liberista, piccolo borghese. Ha vinto esiliando i centristi dalla sua coalizione. Ha vinto sconfiggendo l’immagine più imprenditoriale e antiradicale del centrosinistra, come quella di Riccardo Illy. Ha vinto presentando per il governo della capitale l’ideal-tipo della destra sociale e radicale, Alemanno. E il Partito democratico è apparso persino inconsapevole di quale fosse la qualità della sfida e di quale fosse il terreno su cui da lungo tempo si andava consumando una sconfitta. Il Pd ha giocato a nascondino, ha occultatato tutto ciò del proprio patrimonio che potesse essere ricondotto alle parole della sinistra. In questa stagione della politica italiana, in questo tornante della politica europea e in questa drammatica fuoriuscita ancora in corso dal Novecento, c’è una necessità vitale di immettere un’analisi e una strategia che vadano alle radici del passaggio d’epoca. Questa è la radicalità di cui abbiamo bisogno: non una radicalità parolaia, agitatoria, organizzativistica, minoritaria. Serve un cantiere aperto, un partito del coraggio, una comunità che non ripiega sul proprio ombelico.

Quanto al Pd, chi ti critica dice che il processo costituente d’una grande sinistra ne sarebbe necessariamente subalterno.
Ci sono molti modi di essere subalterni: per esempio un’opposizione fatta di vuoto estremismo è sicuramente un regalo al Pd. Avere interlocuzione politica nel campo delle forze democratiche è il contrario della subalternità. Vorrei ricordare che Gramsci invitava a coltivare curiosità per le ragioni dell’avversario, persino per cercarne la verità interna. E che il tema della coalizione anche con le forze borghesi a mia memoria per primo l’ha posto uno che si chiamava Karl Marx. Come ci comportiamo, se si apre una dialettica interna al Pd su temi dirimenti, per esempio di fronte al tentativo di uccidere l’autonomia del sindacato in Italia? E se il Pd dovesse convergere con la Pdl su una legislazione da “sorvegliare e punire”, dando forma al delirio securitario, per noi sarebbe un vantaggio? E se invece fa una battaglia politica differente, per contrastarla, sarebbe per noi uno svantaggio? Non è che siamo più forti se siamo da soli a gridare. Non siamo il Battista, che grida nel deserto perché lo sentiranno nei secoli a venire; un partito comunista il deserto lo attraversa per arrivare alla città, perché deve riorganizzare la speranza, perché la voce deve darla a molte e a molti.

Senti, Niki: non avverti la necessità di rispondere anche ad un altro genere di paura che scorre nella comunità-Prc e anche fuori, ossia che si divida ciò che già è stato sconfitto? Come rispondi?
Mi rivolgo alle compagne ed ai compagni per dire: tutti insieme mettiamo al bando tra di noi tutto ciò che non è politica e che invece appartiene alla militarizzazione del confronto. E non consideriamoci esaustivi della sinistra. Per mostrarcene coscienti, apriamo una campagna di tesseramento. A chi all’esterno è sgomento per la scomparsa della sinistra politica, che si è materializzata, chiediamo un gesto importante: è il momento di allargare Rifondazione comunista, chiediamo che ci sia una nuova leva di iscritte e di iscritti che ci aiuti a trovare la strada. E soprattutto apriamoci all’esterno. Non possiamo discutere oggi chiusi in una stanza, ma spalancati all’esterno, alle realtà giovanili, al volontariato, al sindacato. Senza questi mondi vitali non valiamo più d’un cactus . Abbiamo bisogno di ossigeno, di relazioni ariose. Una sinistra di “duri e puri”, che s’accontenta di percentuali da prefissi telefonici, a qualcuno può interessare, a me no: m’interessa un soggetto, anzi un insieme di soggetti che diano rappresentanza a quel che dal sistema di potere non è più previsto l’abbia. Una soggettività che dia voce alla precarietà dell’esistenza, ben oltre il lavoro. Vedi: quando c’è una sinistra che almeno prova ad essere così, ci possono essere anche altre mille piccole esperienze minoritarie. Al termine dell’onda degli anni 70, quando c’era il Pci, vi era una costellazione di piccoli gruppi. Ma noi, oggi, è proprio una grande sinistra di popolo che dobbiamo costruire, per il futuro.

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NON SERVE RINTANARSI CIASCUNO A CASA SUA. C’E’ MOLTA PIU’ SINISTRA DI QUANTO SI IMMAGINI

Maggio 15, 2008 · Lascia un Commento

Intervista a Claudio Fava nuovo coordinatore nazionale di Sinistra Democratica (Liberazione 13 maggio 2008)

 

Da due giorni è il nuovo coordinatore della Sinistra democratica. Quella che una volta si chiamava sinistra diesse. Ha preso il posto di Fabio Mussi che ha lasciato. Anche per ragioni di salute. Fra i tanti telegrammi che ha ricevuto, subito dopo la nomina, c’era anche quello di Veltroni. Segretario del piddì che lui conosce da tempo e che, anzi, dieci anni fa – quand’era segretario del pds – si spese molto perché lui dirigesse l’organizzazione di quel partito in Sicilia. Il telegramma di Veltroni ha dato il via ad una serie di supposizioni, che hanno trovato molto spazio sui giornali. Insomma, diversi commentatori pensano che quelle poche parole fossero il segnale di un possibile riavvicinamento.

E’ così? Cosa nasconde quel telegramma?
Penso che sia un atto quasi dovuto, che fa parte delle norme di buona educazione politica, se così si può dire. Ma se proprio c’è un messaggio in quel telegramma, non credo che sia quello di cui hanno parlato i media…


Perché? Che cosa ci hai letto?
Forse erano la spia che anche fra le fila del piddì comincia a farsi strada la consapevolezza che con l’autosufficienza non si va da nessuna parte. Forse, la richiesta di un incontro da parte di Veltroni, comincia a rivelare che anche lì si stanno sgretolando le certezze sulla propria solitudine. C’è tutto questo e altro ancora.

Altro? Sempre in quelle poche righe?
Forse c’è anche l’ammissione che di qua, a sinistra, non c’è più solo un cartello elettorale. Certo dopo la sconfitta si sono prese strade diverse, alcuni mettono l’accento su strategie che puntano solo a ricostruire la propria identità ma ci sono anche tanti che puntano a ricostruire un’idea di sinistra. Che sappia superare la tragedia del voto. E con la quale tutti dovranno misurarsi.

Tragedia del voto. Tu come la spieghi?
Col fatto che gli elettori hanno punito il nostro deficit di verità. Parlavamo di nuovo soggetto ma in realtà abbiamo proposto un cartello elettorale, che ha mostrato il lato peggiore della sinistra. Siamo stati percepiti come una somma di apparati che divideva per quattro ogni istanza, ogni spinta dal basso. Ogni passione.

Vuoi dire che ti spieghi quel 3 per cento solo con gli errori della campagna elettorale?
Ovvio che non è così. Il problema viene da più lontano. Quando ti dicevo che c’è stato un deficit di verità mi riferivo anche ad un’analisi mancata. Alla nostra incapacità – di tutti noi – a fare i conti con un linguaggio, con categorie politiche che sono state percepite come vecchie. Antiche. Non sapevamo cosa fosse diventato questo paese e abbiamo fato finta di nulla. E invece dobbiamo proprio partire da discorsi di verità se vogliamo ricostruire la sinistra. Una sinistra che sia percepita come utile.

Utile, dici. Alla vostra ultima assemblea quest’aggettivo è stato sempre accompagnato dalla frase: «e di governo»…
Prima che formuli la domanda ti prevengo. E ti dico che trovo ridicola la contrapposizione fra chi è un teorico dell’opposizione e chi un sostenitore del governo. Contrapposizione falsa. La sinistra c’è e ci sarà se, in nome e assieme a chi vuole rappresentare, sarà in grado di trasformare questo paese. Se sarà in grado di progettare una trasformazione, di modificare lo stato delle cose presenti. E se questo è l’obiettivo, non ha senso che qualcuno dica: no, lì in quel posto dove si possono imporre le trasformazioni, non ci andrò in nessun caso. Non è mai stato così e non avrebbe molto senso riproporlo oggi.

Ma la discussione non è solo teorica. Alle spalle ci sono due anni di governo Prodi. Dammi un giudizio, in pillole, sull’esecutivo dell’Unione.
Un governo di mediazione, prudente, troppo prudente. Che ha balbettato e taciuto quando invece c’era bisogno di segnali forti. Ora la dice anche D’Alema, ora anche lui riconosce che forse si è dato più peso al pareggio di bilancio che non ai bisogni di chi lavora. Magari ci si sarebbe potuto pensare un attimo prima…

E adesso? Come si reinventa la sinistra?
Dovrà esserci un lavoro duro, di riflessione.
Anche se non tutte queste riflessioni vanno nella stessa direzione, non trovi?
E’ evidente. Penso alla scelta del Pdci, che non condivido ma rispetto, penso al sofferto congresso di Rifondazione. Come ripartire? Innanzitutto una premessa: credo che anche le vicende di questi ultimi mesi ci hanno fatto capire che l’unità della sinistra non è un valore in sè. Stare tutti insieme, e per forza – come è accaduto prima del 14 aprile – può essere dannoso, per tutti.

Stai dicendo facciamo la sinistra con chi ci sta?
Se vuoi è la traduzione brutale del mio, del nostro pensiero. Facciamo la sinistra insieme a chi la vuole, senza le riserve mentali che abbiamo visto in campagna elettorale.

Da dove cominciare?
Io vedo che c’è molta più sinistra di quanto si possa immaginare. C’è tanta sinistra al di fuori delle organizzazioni politiche, c’è tanta sinistra in piazza a Bari contro la mafia, e in tante altre piazze d’Italia. Ce n’è tanta al di fuori dei partiti. Si deve ripartire da qui, non esistono scorciatoie. Occorre ricominciare dal sociale, dalle migliaia di organizzazioni che in questi anni hanno messo le radici nei territori. Non vedo alternative: alla costituente di una nuova sinistra a cui vogliamo dedicarci o protagonista sarà questa sinistra diffusa, o non se ne esce. E da qui, occorre riprogettare le future alleanze…

Alleanze elettorali?
Parlo di alleanze di progetto. Vedi, l’autosufficienza è una brutta idea del piddì ma lo è anche se la volesse praticare la sinistra. Io penso ad una sinistra autonoma, autorevole, forte, incisiva ma che ha piena coscienza che da sola non può farcela. A meno che non pensiamo di regalare per sempre questo paese alle destre. Ci vuole una nuova sinistra, allora, in un nuovo centrosinistra. Che non assomigli in nulla, però, a quello che abbiamo conosciuto. Quello era una zattera dove sono saltati tutti sopra, salvo poi abbandonarla, facendola affondare. No, io penso ad un’alleanza vera, fra attori che si parlano in condizione di parità.

Ma sii sincero: pensi che questa alleanza possa nascere con un piddì targato Veltroni?
Davvero non ha molto senso fotografare l’attuale situazione e fissarla per sempre. Viviamo un momento molto fluido e vedo, anche nel piddì tanti segnali di chi vuole mettere in discussione la linea seguita fin qui. Quella dell’isolazionismo. Apriamo confronti, incalziamo. Da posizioni separate ma senza la

 

 

 

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A Brescia la sconfitta più amara – Il voto operaio emigra nella Lega (di Beppe Almansi da Liberazione 26/04/2008)

Aprile 28, 2008 · Lascia un Commento

Due serate di intenso dibattito, il 21 e il 22 aprile, dove è prevalsa la volontà di capire le ragioni di una sconfitta.
Messa da parte ogni appartenenza, il Comitato politico bresciano del PRC riparte da qui, dalla necessità di indagare il fenomeno di una Lega che ha avuto gran parte del voto operaio, dando identità, con proposte come il federalismo fiscale, alle ansie dei lavoratori.
Le avvisaglie di questo fenomeno si potevano scorgere in filigrana già dal 1993 in una approfondita inchiesta della FIOM che spiegava come non fosse più il lavoro, l’appartenenza alla classe operaia, il collante sociale dei lavoratori al nord.
E, ancora, la campana d’allarme era suonata con le amministrative della primavera 2007, quando in tutti i comuni lombardi superiori ai 15 mila abitanti abbiamo perso il 43 % dei voti sulle politiche del 2006. È in questo contesto che i pensionati, i precari e gli operai non vedono più nella sinistra uno strumento utile per migliorare le proprie condizioni di vita.
La parola d’ordine negli interventi al Comitato politico provinciale è “mantenere l’unità e aprire una discussione nei paesi, per capire la sconfitta della sinistra, culturale prima ancora che sociale e politica”. Alla fine è stato approvato a larghissima maggioranza un dispositivo che invita la segreteria “a restare in carica al fine di adempiere gli obblighi previsti dall’iter congressuale”.
La sconfitta è stata pesantissima per noi, ma anche per il Pd che non ha sfondato con il suo progetto di forza riformista maggioritaria e ora si ritrova a una resa dei conti lacerante.
Il progetto della Sinistra deve continuare, c’è stata la capacità di capire la volontà di unirsi ma, anche a causa della velocità con cui si è arrivati al voto, non c’è stata la capacità di ricostruire il tessuto sociale.
Unire la Sinistra ripartendo da Rifondazione e dal lavoro, dunque, ma senza abbandonare quei temi (diritti civili, laicità, difesa dei diritti dei migranti) per i quali, secondo qualcuno, abbiamo perso.
Si impone una presa di responsabilità collettiva per arrivare a un congresso nel quale la diversità sarà un valore aggiunto alla linea politica.
Prima di allora abbiamo una responsabilità in più: rendere conto a quel 3,5% che ci ha votato perché non vada dispersa un’esperienza che ha visto la partecipazione e la messa in rete di tantissime persone che ci chiedono di non tornare indietro.
Per questo, dalla prossima settimana inizieremo una serie di assemblee su tutto il territorio, con tutte le donne e gli uomini che ci hanno sostenuto e con quelle che non l’hanno fatto e oggi ne sono pentite.

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ASSEMBLEA NAZIONALE DE LA SINISTRA L’ARCOBALENO

Aprile 20, 2008 · Lascia un Commento

Sabato 19 Aprile a Firenze si è tenuta l’Assemblea nazionale de La Sinistra L’Arcobaleno. Un importante momento di riflessione sulle cause della sconfitta elettorale e di proposta per il rilancio della Sinistra in Italia.
l’audio degli interventi SU: http://www.radioradicale.it/scheda/252123/assemblea-nazionale-de-la-sinistra-larcobaleno

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Responsabilità e umiltà per ricominciare e fare una sinistra di popolo

Aprile 20, 2008 · 1 Commento

Intervista a Niki Vendola apparsa su Liberazione del 17 Aprile 2008

di  Anubi D’Avossa Lussurgiu

 

Nichi Vendola, pare proprio che tocchi ricominciare a parlare di frantumazione politica per cominciare a parlare della sconfitta della sinistra. Nel senso che dopo la frana di consensi e l’uscita storica dal Parlamento imposta dagli elettori, i primi atti soggettivi dei partiti che avevano accettato – almeno elettoralmente – il nome unitario dell’Arcobaleno sono ora gesti di divisione. Tra di loro e al loro interno. A noi tocca, credo, parlare di Rifondazione comunista…
Il peggio che può accadere è che si ricominci dalla politica in forma di resa dei conti, di ricerca del capro espiatorio. Sarebbe una dinamica di continuità con la catastrofe. Perché un gruppo dirigente serio nella sua collegialità deve mettersi in discussione e deve dirigere una rapida transizione verso una fase di rilancio e riorganizzione del progetto politico. Per una questione, direi, di igiene: e di moralità comunista. Se invece si cerca l’abbrivio di una discussione urlata, di una rapida giustizia sommaria, credo che il danno sarà irreparabile.

Vediamo se ho capito: il confronto sulle responsabilità del disastro non può dislocarsi all’interno dei gruppi dirigenti, ma deve partire da una messa in questione collettiva e generale. Se è questo che proponi, come si deve tradurre concretamente? Che forme deve assumere l’ovvia restituzione di parola alla “base”?
Naturalmente, il partito è una cosa più larga di quanto non siano le istanze organizzate dei gruppi e dei sottogruppi: quindi penso che chiunque voglia difendere il patrimonio che con tanti sacrifici tutti insieme abbiamo accumulato, deve mettere al primo posto un’idea forte di solidarietà all’interno di questa comunità politica che è Rifondazione comunista. Per potere, ancora tutti insieme, guardare con spietatezza le ragioni non congiunturali di una sconfitta tanto radicale. La sconfitta può essere anche vissuta come la ritirata in una casa più piccola, forse anche più comoda per chi ha soltanto il problema di ritagliare uno spazio di sopravvivenza ad un frammento di ceto politico. Ma o il nostro progetto resta quello di una grande innovazione politico culturale, che ambisca a ricostruire il profilo di una sinistra di popolo, oppure la nostra gente abbandonerà il campo e si ritirerà a vita privata.

Fermiamoci allora sulla “catastrofe”: sarà un problema mio, ma non capisco come la discussione possa aprirsi senza il punto di partenza di un’analisi del voto. Voglio dire senza confrontarsi su dove sono andati a finire i voti persi, per riscostruirne le ragioni e ascoltarne i messaggi. Ci proviamo?
Intanto il punto d’inizio: la nostra perdita ha dimensioni catastrofiche, perché si tratta di oltre due milioni e mezzo di voti. Che sono usciti in forma più consistente verso il partito democratico, ma non solo: verso il suo alleato, l’Italia dei Valori; e, mi pare evidente, anche verso la destra e al Nord verso la Lega; così come verso l’astensione…

Che sono – il non voto, la Lega e l’Idv – i soli serbatoi aumentati in valori assoluti in queste elezioni. Avrà pure un significato…
Secondo me, per quel che ci riguarda, si rende evidente un mix di ingredienti che caratterizza la nostra sconfitta. Noi e quasi esclusivamente noi abbiamo pagato, naturalmente, tutti gli scontenti rispetto al governo Prodi: sia dal lato delle critiche e delle delusioni, delle “sofferenze” sociali, sia da quello simmetrico d’una punizione dei fattori “perturbativi” della governabilità. E inoltre non siamo stati percepiti come un’alternativa etica, laddove su questo tereno si è colocata la percezione della crisi della politica: e qui ha capitalizzato Di Pietro, a mio parere attraverso un “mediatore culturale” che è il grillismo.

Come, allora, è stata percepita la sinistra per essere così “punita”?
Siamo stati fino in fondo percepiti come una icona dell’inefficacia dell’agire politico. Di più, veniamo per così dire “asfaltati” da quest’idea duplice con cui si è depositata nei corpi sociali: che da un lato intende l’efficacia come blindatura della governabilità e dall’altra assume come misura i risvolti concreti immediati, nella vita materiale d’ognuna e d’ognuno, dell’azione politica.

Dunque, la percezione fondamentale era quella d’una inefficacia.
Già: ma l’inefficacia è stata in qualche maniera drammatizzata da ciò che apparso come un’improvvisazione elettoralistica. Intendo l’immagine di cartello elettorale. Non ha indicato una chiara prospettiva futura; e nemmeno un superamento in una nuova fucina non tanto delle culture politiche dei partiti coinvolti quanto del corollario di beghe di piccoli palazzi, di politicismi. E’ apparso un debole “manifesto” per indicare un luogo che era confuso: noi, voglio dire, chiedevamo di votare al massimo un’allusione. E così siamo stati percepiti davvero come un residuo, come un cimelio.

La sorte “museale” che avvertivi come rischio della sinistra politica in questa temperie storica, già in quella nostra intervista prima dell’estate scorsa, a Bari…
E’ fastidioso rivendicarlo, ma è così, avevo provato a dirlo. Ora invece dico: se qualcuno crede che questo problema possa essere affrontato e risolto sul terreno delle questioni identitarie, io credo che sarà rapidamente smentito dalla realtà dei fatti. Il punto di fondo di quest’insuccesso totale credo infatti sia nel totale scoordinamento dei nostri tempi rispetto a quelli della realtà. Che, invece, ci chiedeva un vero e proprio “salto” organizzativo e culturale…

Un momento: questa “domanda della realtà”, che pure è stata evocata nella campagna elettorale della sinistra senza appunto riuscire ad andare oltre un’allusione, non viene da un po’ prima? Non era già più che matura, intendo, da ben prima della stessa scommessa della partecipazione al governo?
Se posso dire così, il momento “topico” era quello in cui eravamo politicamente perdenti e culturalmente vincenti: il 2001, a Genova. Allora, forse, dovevamo intendere che il filtro e la rappresentazione politica di quelle istanze di cambiamento erano maturi per poter essere sottoposti ad un’operazione coraggiosissima quanto necessaria di innovazione. Intervendo proprio sul tema del soggetto politico.

Ecco: e non è che questa “occasione mancata” precede come problema e anche determina, per così dire, quello della fallita scommessa sul governo?
Quel che non si puo non vedere è che nell’esperienza di governo la sopravvivenza di “quello che c’era” ha portato noi ad essere i parafulmini di qualunque tempesta. Perché da un lato rispetto all’insieme delle istanze di movimento, anche se condividevi percorsi e battaglie, perdevamo credibilità malgrado la pretesa d’efficacia, riferita proprio alla presenza nel governo. D’altro canto, nonostante l’inefficacia del nostro posizionamento critico all’interno del governo – perché su Val di Susa e Dal Molin, per dirne due, non portavamo a casa niente – il fatto che eravamo collocati nella piazza e nel movimento diventava oggetto dei fulmini di tutt’un’area, anche democratica, che pensa la priorità sia tener saldo il quadro del governo. Insomma: noi eravamo nell’occhio del ciclone, ma capita in queste circostanze che chi sta nel suo occhio non si acorga che intorno c’è il ciclone. E invece di essere quelli che, contemporaneamente, vedono crescere la capacità di governo senza rinunciare a implementare il proprio radicamento nei movimenti, siamo apparsi spiantati sia dalla terra della politica che da quella della società.

E qui torniamo al punto dell’assunzione di responsabilità: se le cose stanno così, come deve esplicarsi?
Se le cose stanno così, domando io, facciamo la discussione sul fatto che la colpa è del ministro Paolo Ferrero? Mi pare francamente ingeneroso. O la facciamo sul fatto che la colpa è del segretario Franco Giordano? Mi pare francamente grottesco. Almeno questo residuo di stalinismo penso che ce lo possiamo risparmiare. Non si cerchino i colpevoli ma s’indaghino le cause. Ripeto, assumendoci collettivamente la responsabilità della sconfitta.

Ma, dal passato al futuro, un’assunzione di responsabilità per cosa? Per proporre quale compito?
Il tema è per me quello che ti ho detto, d’una nuova sinistra di popolo. Problema molto serio: perché significa lottare sapendo d’essere una minoranza ma senza avere atteggiamenti minoritari. La grandezza del movimento no global è stata quella di aver sfidato il pensiero unico superando la variegata mappa di tutti i minoritarismi. E per me quello è il punto di svolta quando voglio immaginare la ricostruzione del campo teorico d’un soggetto d’alternativa.

Uno che certamente è d’accordo su questa premessa, Marco Revelli, indica provocatoriamente al “bagno d’umiltà” della sinistra l’esempio della Lega, ovviamente agli antipodi poltici, per indicare come centrale il nodo del territorio e del legame sociale…
Certo, la Lega è una doppia comunità. E’ comunità politica che si sovrappone alla reinvenzione d’una comunità territoriale. In qualche maniera offre un doppio riparo rispetto alle tendenze di disidentificazione verso la globalizzazione. Ha costruito un alfabeto che mutua il populismo dal popolo. Si carica di un’identità che altre volte abbiamo definito come di “plebeismo piccolo borghese” e lo restituisce in forma di discussione pubblica, liberato da qualunque freno inibitore. E, ciò che è più importante dal punto di vista della nostra messa in discussione, occupa degli spazi che non solo noi non occupiamo, ma proprio non conosciamo più.

Mi pare parlino su un altro piano sempre di questo altre due voci critiche, ascoltate prima del voto: quella di chi, come Marramao, additava la mancata elaborazione a sinistra del divorzio fra simbolico e dimensione delle pratiche, e quella femminista che l’ha specificato nella fissità, sempre a sinistra, della crisi del simbolico politico maschile. Non sono modi di dire la mancata messa in causa del soggetto politico, della sostanza appassita nelle sue forme?
Ripartire di qui, è appunto il compito. Se c’è chi pensa che si possa ripartire dal partitino, che la collocazione extraparlamentare diventi una specie di codice politico-culturale, sta giocando una partita che non c’entra niente con i bisogni della società italiana come con la necessità di reinventare la sinistra. Occorre partire invece dal fatto che siamo stati e ci siamo esiliati dal simbolico, dalla generalità delle forme di coscienza. Sembriamo possedere un alfabeto indecifrabile e il nostro agire politico sembra un esodo dai luoghi della moderna concentrazione di umanità: il nostro racconto è sempre d’un rapporto esteriore, un po’ sociologico un po’ apocalittico, quando un tempo a raccontare era il lavoro politico, la costruzione di reti di comunità, la messa in sequenza di vertenze, la capacità di dare alla politica un ruolo pedagogico. Oggi anche il nostro racconto sembra mutuare più dalla fiction che dall’attraversamento della realtà.

Cerchiamo di esplicitare i termini politici attuali di queste considerazioni: l’assunzione collettiva di responsabilità, se tale è il grado di crisi soggettiva certificato, a chi deve rivolgersi e in che luoghi deve svolgersi? Con chi e dove bisogna “elaborare il lutto”?
Ci conviene, dico io, anche fare un funerale. Portiamo a seppellimento il cadavere di qualunque nostro dogmatismo, settarismo, spocchia e superbia intellettuale. C’è un lavoro che va ricominciato con immensa modestia. Un lavoro che dev’essere spigliato, libero, non ricattato. Con tuti quelli che ci stanno. Per questo, in queste ore, dobbiamo lanciare un messaggio molto forte alle compagne ed ai compagni: quello di partecipare ad una battaglia politica esplicita. Chiudersi in qualunque nicchia significa candidarsi al suicidio. E può anche accedere che per molte ragioni la sinistra italiana come soggetto autonomo sparisca; oppure, che finisca in una piccola commedia senza respiro e senza importanza. Dobbiamo rifiutare questa prospettiva, se possibile. E dobbiamo metterci tutti in gioco. Perché ora c’è solo un modo per salvare la sinistra politica, in Italia: sfidare noi stessi a costruire una grande e nuova sinistra.

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Bertinotti, da Torino ultimo appello al voto: «Non arrendiamoci!»

Aprile 13, 2008 · Lascia un Commento

di Angela Mauro da Liberazione del 13 aprile 2008

«Io l’ho già votata altre volte. Da stagionale mi hanno confermata. Finalmente: dopo sette anni». L’hostess Alitalia indica le due striscette sulla divisa, segno dell’avvenuta assunzione. E’ contenta, nonostante la crisi della compagnia. Volo Roma-Genova. Gli assistenti a bordo approfittano della presenza del passeggero Fausto Bertinotti per comunicare speranze e preoccupazioni. E’ la politica che urta con i problemi reali. «Lei è stato l’unico a dire come stavano le cose per l’Alitalia già anni fa», gli riconosce uno steward. Il clima è sereno intorno al candidato premier della Sinistra Arcobaleno. Malgrado le incertezze. E sono tante. Per i lavoratori dell’Alitalia. Per la sinistra, di conseguenza.
La situazione della compagnia di bandiera è una parte del carico con il quale Bertinotti affronta l’ultima giornata di una campagna elettorale «difficile», ammette. «Vogliono cancellare la sinistra per eliminare il contagio tra i problemi reali e la politica», dice a Genova e poi a Torino, in serata, ultimissimo appuntamento con la folla radunata in piazza San Carlo. Sul palco con il candidato premier, con la sinistra, Sergio Cammariere, uno dei tanti firmatari dell’appello per il voto all’Arcobaleno. Musica dopo le parole del “leader”, festa carica di una«speranza» che ha tante ragioni ancora da esplorare, ma una già certa: «Prima eravamo divisi – parla Bertinotti – ora per la prima volta risuona la parola “unità” non al centro, non a destra: a sinistra». E’ la chiave che dà senso al voto, che può rovesciare la campagna elettorale difficile: «Non saremo un cartello elettorale. Mettiamoci in gioco tutti, ognuno con i suoi colori. Dopo la tempesta, l’Arcobaleno annuncia il futuro».
Schiettezza nei toni. Accompagnato da quella che definisce la sua «coperta di Linus» (un foglietto di scarni appunti a prima vista insignificante, ma evidentemente vitale, quasi un “portafortuna” per i comizi), Bertinotti torna sul passato, prova a tracciare il futuro. «Dovevamo appoggiarlo il governo Prodi, dopo 5 anni di Berlusconi», rivendica senza timori. «Volevamo cambiare la politica, ci abbiamo provato, non ci siamo riusciti e…sì: ora siamo delusi». E’ il messaggio per gli indecisi con il cuore a sinistra: «La delusione è anche nostra. Il governo è stato condizionato dai poteri forti e dal Vaticano e per questo è stato messo sotto scacco da Dini e Mastella: non sarebbe stato possibile se si fosse conquistato un consenso popolare». Un quadro nel quale la sinistra è stata «isolata». «Ci abbiamo provato fino all’ultimo: abbiamo continuato a chiedere che il tesoretto fosse redistribuito a salari e pensioni. Prodi, i ministri del Pd non hanno voluto…». E ora: «Non ci arrendiamo». Provare, riprovare come diceva Gramsci: «L’importante è ricominciare il cammino dall’opposizione: non perchè abbiamo la puzza sotto il naso, ma perchè abbiamo provato dal governo e non ci siamo riusciti». E’ tempo di ricostruire una massa critica sociale, di carica rivoluzionaria.
Ricominciare. La parola non potrebbe trovare città più adatta di Torino. «Forse in nessun altra città si può cogliere il significato profondo di questo verbo», dice Bertinotti alla folla con le bandiere della Sinistra Arcobaleno, quelle No Tav, gli striscioni che parlano di lavoro e precarietà. «Torino, città di vittorie e di sconfitte, dove le vittorie sono arrivate dopo lunghi, grigi periodi di resistenza». Come quello che ha preceduto gli anni ‘70, quando Torino «non affittava le case ai meridionali». Dopo ci ha pensato il movimento operaio a «conquistare diritti nelle fabbriche e cittadinanza fuori». E, dopo ancora, è arrivata un’altra sconfitta, quella che ha preparato la strada alle tragedie di oggi alla Thyssen e che invoglia a dire a Walter Veltroni: «Parlare di conflitto di classe oggi non è ideologia ma denuncia: insieme al potere d’acquisto gli operai hanno perso dignità». E sono soli: «Non ci si meravigli se votano a destra. Sta alla sinistra riconquistare la loro fiducia».
Veltroni e il suo Pd, Berlusconi e il suo Pdl. «Hanno sequestrato la democrazia con l’aberrazione del voto utile: droga pesante per le menti». Vogliono realizzare quanto non sono riusciti a fare con le riforme istituzionali: «Ridurre la politica italiana a due contendenti, che poi sarebbe uno solo visto che si assomigliano così tanto». Il Pd che candida l’imprenditore Calearo e l’operaio Boccuzzi: «Il lupo e l’agnello: li puoi mettere insieme, ma si sa già chi mangerà l’altro». Berlusconi che risolve il problema della precarietà al femminile con un fortunato matrimonio. «Dietro, c’è la stessa logica che vuole eliminare la sinistra. Come dire: la tua condizione è questa, rassegnati. Se ne vuoi una diversa, non devi pensare di cambiare la tua storia e quella di quelli come te. Devi uscire dalla tua storia, affidarti alla fortuna, al lotto, sperare di fare la valletta in tv. Ci vorrebbero sudditi con la testa omologata». Bisogna dire no. «La campagna è stata difficile – conclude un “informalissimo” Bertinotti in un forum con EcoTv allestito in un caffè torinese dopo il comizio – ma è finita presto. Ho ancora energie!».

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VI E’ UN SOLO VOTO UTILE CONTRO BERLUSCONI: VOTA LA SINISTRA L’ARCOBALENO

Aprile 12, 2008 · Lascia un Commento

NIENTE SENATORI IN REGALO A BERLUSCONI

 

II vero voto utile è per

laSinistral’arcobaleno

L’attuale legge elettorale (“porcellum”) prevede che i premi di maggioranza al Senato vengano attribuiti su base regionale. Questo rende molto difficile (come insegna l’esperienza ultima del governo Prodi), per qualsiasi partito o coalizione, ottenere una solida maggioranza a Palazzo Madama.

Un obbiettivo realistico e praticabile e quello di impedire a Berlusconi di avere una maggioranza sicura di Senatori. Per ottenere questo e’ necessario non regalare seggi a Berlusconi

 

IL CASO LOMBARDIA

In Lombardia si eleggono 47 senatori. Come tutti sanno e come confermato dai sondaggi, la coalizione di Berlusconi (PDL e LEGA) otterrà la maggioranza nella nostra Regione e quindi si vedrà attribuire il premio di maggioranza previsto di 26 seggi. Ma in Lombardia vi e un rischio: che Berlusconi possa andare oltre i26 seggi! Come??? Lo spiega il “Sole 24 ore” di domenica 23 marzo pubblicando una simulazione di attribuzione seggi elaborata dal Centro Italiano Studi Elettorali in base alla quale PDL-LEGA conquisterebbero ben 30 seggi. Questo risultato eccezionale per Berlusconi( ben 4 seggi in più rispetto a quanto garantitogli dal premio di maggioranza) sarebbe possibile non per il risultato della sua coalizione, né da quello del PD, ma qualora la lista “la SINISTRA l’Arcobaleno” fosse bloccata sotto il quorum dell’8%.

 

Per dirla in modo chiaro possono determinami due ipotesi:

la SINISTRA l’Arcobaleno SOTTO IL QUORUM:

Se gli elettori della Lombarda decidessero di non votare la Sinistra l’Arcobaleno, ma altre liste (PD o liste della sinistra estrema) Sinistra l’Arcobaleno,in un numero tale da portare la percentuale  di voto appena sotto l’8%, Berlusconi avrebbe 30 seggi (4 SENATORI IN PIÙ)

la SINISTRA l’Arcobaleno SOPRA IL QUORUM:

Se in vece gli stessi elettori della Lombardia decidessero di votare la Sinistra l’Arcobaleno, in numero tale da  garantire la percentuale sopra l’8%, Berlusconi avrebbe 26 seggi (4 SENATORI IN MENO)

 

 

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«Noi di sinistra, solo noi contro la religione del mercato»

Aprile 12, 2008 · Lascia un Commento

 Di Piero Sansonetti (Liberazione 12 aprile 2008)
Fausto Bertinotti, per una volta, dà ragione agli americani. Dice che il giudizio sulla campagna elettorale espresso dall’ambasciatore degli Usa a Roma, Ronald Spogli, è un parere «pro veritate». E naturalmente – come tutti i pareri pro veritate – è anche un parere interessato, diciamo un «augurio», un «consiglio»; ma questo non modifica la solidità del parere. Cosa ha detto Ronald Spogli? Semplicemente che i programmi elettorali del partito di Berlusconi e del partito di Veltroni sono «sovrapponibili». Cioè, per capirci, coincidono, sono uguali. E di conseguenza, dice Spogli – ma la stessa idea l’ha espressa Luca di Montezemolo – non è difficile immaginare un governo di grande coalizione che tenga insieme i due partiti. Bertinotti pensa che le cose stiano più o meno così come le ha dette l’ambasciatore. 

In cosa sono simili i programmi di Pd e Pdl?
Sono simili nel loro nucleo essenziale. E cioè l’accettazione dell’ineluttabilità del primato dell’impresa e del mercato. Pd e Pdl pongono il mercato e l’impresa come fondamento non solo dell’economica ma del modello sociale e di ogni politica possibile. Pilastro della società, della sua cultura, degli stili di vita, delle abitudini, delle relazioni personali. Su questo i due partiti sono identici, e persino si stupiscono che qualcuno possa essere diverso da loro. 

 

Eppure negli ultimi tempi sono giunte diverse smentite alla tesi del «mercato perfetto». Queste smentite hanno cambiato persino la politica americana. Da noi nessuno le ascolta?
Le smentite sono chiarissime e colossali. La storia degli ultimi anni ha dimostrato inequivocabilmente che la tesi secondo la quale la globalizzazione è la chiave del futuro – produce ricchezza e permette la distribuzione – è una tesi del tutto infondata.
Gli apologeti della globalizzazione, quelli di destra e quelli di centrosinistra, sostenevano la stessa tesi: la globalizzazione è il terreno dello sviluppo, del progresso, dell’aumento infinito della ricchezza, ed è essa stessa il luogo della distribuzione. La destra pensava che questa distribuzione dovesse soprattutto essere a favore dei ceti più forti, dei possidenti, perché questi ceti sono quelli in grado di reinvestire, e produrre nuova ricchezza, nuovo sviluppo e nuova e più forte globalizzazione. Il centrosinistra pensava invece che almeno una parte delle nuove ricchezze prodotte dovesse servire a lenire, a temperare le diseguaglianze, gli squilibri sociali, in modo da appianare i conflitti, favorire il funzionamento dei sistemi politici e, per questa via, produrre nuova globalizzazione.
Tutte queste teorie sono state smentite dai fatti: no, la globalizzazione non è il tempo della pacificazione e della democrazia. La globalizzazione produce crisi. Capisci? E’ esattamente così: il principale portato della globalizzazione è la crisi. Crisi per tutti, per la stessa globalizzazione. E crisi vuol dire guerra, crisi vuol dire terrorismo, crisi vuol dire recessione, crisi vuol dire decadenza del capitalismo che da produttivo diventa finanziario.
Di fronte a queste smentite, disastrose, le due principali forze politiche italiane restano sorde. Chiudono gli occhi, tappano le orecchie, e ripetono che però il cuore di tutto deve restare il mercato. Non si ricredono neppure di fronte al fatto che la crisi ha prodotto un cambiamento clamoroso nei comportamenti degli stati, dei governi, delle banche. Tanto che un osservatore acuto come Galapagos, del manifesto, ha inventato il termine «il socialismo bancario»…

In che consiste il «socialismo bancario»?
E’ la riscoperta, da parte dei principali attori e sostenitori della globalizzazione capitalistica, di un vecchio fenomeno dell’economia, sempre demonizzato e bistrattato dai conservatori: l’intervento pubblico. Naturalmente l’idea che hanno loro è quella di usare l’intervento pubblico per sostenere la finanza. Non vogliono un intervento pubblico applicato alla società ma alle banche, cioè alle cattedrali della globalizzazione. L’idea è sempre la vecchia idea del capitalismo: socializzare le perdite e privatizzare i profitti. In questi giorni, quanto sia vero quello slogan è impressionante: noi assistiamo al miglioramento dei bilanci delle grandi imprese e alla riduzione dei salari. E nessuno ci trova niente di strano, nessuno pensa che sia una anomalia da correggere. E’ su questo punto che io vedo una fortissima convergenza nei programmi di Veltroni e Berlusconi. In questa loro convinzione, che pone il mercato e gli interessi della finanza e dell’impresa al di sopra di tutto, di qualunque altro principio o interesse. E bada che in questa impostazione non c’è un pensiero un’idea economicistica. Anzi, c’è la convinzione che il mercato non possa restare un fatto puramente economico, ma debba investire tutto il funzionamento della società, debba diventare il principale ispiratore e il padrone della politica, debba costruire cultura e cultura politica. Il capitalismo che immaginano è un capitalismo totalizzante. Che riscopre la sua vocazione a mettere tutto sotto controllo.

Mercato non solo come scambio di merci, ma scambio e affermazione di etica e morale?
Esatto. E in che consiste questa etica, questo sistema di valori? Nella ricostruzione delle catene di comando, delle gerarchie, dei simboli del potere e dell’ordine. L’idea è quella di ottenere una rivincita completa sul ‘68-’69. Vogliono dannare quella memoria. Vogliono che il ‘68 diventi il capro espiatorio della modernità.

Sono passati così tanti anni dal ‘68-69! Che gli importa di cancellarlo?
Quel movimento impose delle trasgressioni. Di più: trasformò la trasgressione in valore. Se non si cancella il diritto alla trasgressione, e alla contestazione, allora l’ideologia del mercato trema. L’ideologia del mercato ha bisogno di grandi sicurezze, di meccanismi oleati, di poca discussione. Il sessantotto fu contestazione dell’ordine esistente. Il mercato ha bisogno di un fortissimo ordine esistente. Ha bisogno di valori come gerarchia, selezione, delega, organizzazione capitalistica del lavoro e della vita. E’ fondamentale, per affermare quei valori, cancellare l’anomalia del ‘68. Ricondurla all’irrazionale ed espellerla dalla politica. Così si ricostruisce il vecchio ordine, si fa tornare l’ancien regime. Si rimettono sull’altare impresa e mercato. Questa è l’operazione in corso nella politica italiana…

E su questo, tu pensi che Pd e Pdl siano uguali, siano d’accordo.
Sì, su questo sì. Hanno idee del tutto “sovrapponibili”, come dice, e se ne compiace, l’ambasciatore Spogli. Da qui in poi vedo una differenza…

Qual è la differenza?
Il Pd vorrebbe cancellare non solo il ‘68, ma anche un pezzo di storia precedente. Diciamo che non ha rispetto per la Costituzione, per l’antifascismo, per la Resistenza. Nasce così la richiesta di Dell’Utri di riscrivere i libri di Storia. Non potendo cambiare la Storia, Dell’Utri vuole riscrivere la storia. E vuole cancellare non solo la rivolta del ‘68, e i valori libertari che portò, ma vuole cancellare i valori dell’antifascismo e dunque quell’idea di democrazia che l’antifascismo e la Costituzione hanno espresso.

Invece, tu dici che il Pd difende i valori dell’antifascismo e della Costituzione?
Certamente il Pd ha una storia diversa, e ha un rispetto diverso per le istituzioni e per la Repubblica. Il revisionismo storico del Pd si ferma al ‘68. Non ha in se i principi e le aspirazioni di «antirepubblica» che invece ci sono nella destra. E a questi principi si è ispirato quest’ultimo scorcio di campagna elettorale della destra. Su questo terreno Berlusconi ha dato fuoco alle polveri. In modo anche greve, come è stato con le battute di Dell’Utri non solo sulla Resistenza ma anche sulla mafia. L’affermazione di Dell’Utri e Berlusconi sulla mafia («Mangano è un eroe») è una battuta che nel quadro tradizionale del rispetto delle istituzioni e della costituzione è impronunciabile. Il centrodestra invece usa queste affermazioni provocatorie per accendere lo scontro con il Pd che in altri campi non gli riesce, e per dare l’impressione che in questi ultimi giorni la campagna elettorale è diventata scontro al calor bianco. Circostanza subito rilanciata dagli editorialisti più militanti del Pd (quelli di Repubblica, dell’ Unità, della Stampa ) per combattere la tesi dell’inciucio. Dicono: vedete che scontro violento? Vedete che distanza tra Berlusconi e Veltroni? Naturalmente non è così, la distanza tra Berlusconi e Veltroni è tutt’altro che grande, però su questo specifico terreno di lealtà alle istituzioni la differenza c’è.

Quindi il Pd può essere considerato un alleato nella difesa della Costituzione?
Beh, qui sarei più prudente. Tra il Pd e il Pdl, negli ultimi tempi, c’è stata una convergenza presidenzialista che già mina nelle fondamenta lo spirito repubblicano di cui parlavo prima. Naturalmente è una convergenza da posizioni diverse. Berlusconi va fino in fondo nel suo attacco alla Costituzione, e si propone di buttar giù l’edifico della repubblica antifascista. Il Pd no. Ma la politica di “tabula rasa” di Berlusconi è agevolata dalla svolta politica del Pd. Tutta la campagna sul voto utile va in quella direzione. Goffredo Bettini, che è uno dei più autorevoli esponenti del Pd, ha detto recentemente queste esatte parole: « E’ come se ci fosse il voto diretto tra Berlusconi i e Veltroni». Una dichiarazione di questo genere è in tutta evidenza una proposta di passaggio dalla Repubblica parlamentare, nella quale oggi viviamo, alla Repubblica presidenziale. Cioè di realizzare un modello politico molto lontano dal modello immaginato e costruito con la Costituzione. Persino nella lettera di Veltroni a Berlusconi, che pure aveva un forte intento polemico e voleva essere una contestazione alla scarsa fedeltà costituzionale di Berlusconi, ci sono però riferimenti alla difesa della prima parte della Costituzione. Non viene messa in discussione la possibilità di stravolgere la seconda parte, e quindi le forme del governo e le forme della democrazia politica.

Sulla modifica della seconda parte della Costituzione, secondo te, c’è una disponibilità del Pd?
C’è, sulla base di un clamoroso voltafaccia del Pd. Fino a qualche mese fa non c’era. Si era concordata una riforma elettorale fortemente proporzionalista, che confermava la Repubblica parlamentare e non presidenziale. In Italia solo una volta è stata delineata una repubblica «sempipresidenzialista» ed è stato con la riforma costituzionale preparata e approvata dalla destra nel 2005. Ma quella riforma fu battuta con un referendum nel quale si schierarono anche i Ds e la Margherita. Ora pare che abbiano cambiato idea, e questo è preoccupante.

Bertinotti, tu pensi che dopo le elezioni Veltroni e Berlusconi si metteranno d’accordo e nascerà una grande coalizione?
Io continuo a pensare che questa campagna elettorale sia stata giocata su una posta altissima: la sfida per l’esistenza della sinistra in Italia. Questa è la battaglia aperta. E’ la vera posta di queste elezioni. La questione è tutta lì: se la sinistra avrà o no un buon risultato e una buona rappresentanza parlamentare. E se avrà un buon risultato la Grande Coalizione, cioè l’alleanza di governo tra Pdl e Pd, sarà molto difficile. Perché? Perché i due partiti maggiori in realtà sono due coalizioni, dentro le quali ci sono enormi contraddizioni. E nel partito democratico in particolare – soprattutto se, come sembra abbastanza probabile, vinceranno le destre – si apriranno violentissimi contrasti. Perché a me pare chiaro che l’ampiezza delle contraddizioni è destinata ad essere esaltata. E se c’è una sinistra forte e intelligente, la strada della grande coalizione per il Pd sarà impraticabile.
I rischi tuttavia ci sono. Anche perché le pressioni di grandi poteri esterni al Parlamento sono evidentemente molto forti, e ne abbiamo già parlato. E’ una insidia fortissima, la Grande Coalizione, perché renderebbe gigantesca la forza dell’ideologia del mercato. Io non credo che questo rischio si manifesterà con tutti i crismi della solennità, cioè con un governo di grande coalizione alla tedesca, formalizzato. Il rischio più grande è quello di una convergenza, di una intesa, e io penso che questa convergenza possa realizzarsi su una grande riforma istituzionale e cioè su una scelta presidenzialista esplicita. Sarebbe l’esito in termini di controriforma istituzionale di quello che è stato predicato e praticato in questa campagna elettorale.

Allora sei molto pessimista?
No, non lo sono. Innanzitutto perché penso che l’Italia politica sia irriducibile a due, e quindi penso che il risultato elettorale sarà più articolato di quel che sperano Veltroni e Berlusconi. E poi perché credo che la sinistra arcobaleno, se sarà abbastanza forte, potrà diventare un cuneo che fa saltare quella operazione. Io ci conto molto. E penso che la sinistra arcobaleno possa assumere un ruolo assai importante nella prossima legislatura. Prendendo atto della scelta di rottura a sinistra compiuta dal Pd di Veltroni, senza vittimismi e lamentazioni, e invece con la capacità di rimettersi al lavoro per ricostruire una sinistra casa di tutti che, dall’opposizione, riesca a pesare sulla politica italiana.

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BERTINOTTI: “DAL VOTO NASCE LA NUOVA CASA DELLA SINISTRA” da Repubblica 11 aprile

Aprile 12, 2008 · Lascia un Commento

“Siamo agli sgoccioli. Adesso toccherà a voi, avanti le giovani generazioni”. Arriva in piazza Navona, per chiudere a Roma la sua lunga cavalcata, e Fausto Bertinotti già immagina la staffetta, pensa al dopo-voto. Quando, qualunque sia il responso delle urne, fatto il passo indietro da leader operativo, lancerà il suo appello: non si farà retromarcia dalla sinistra unita. E già lunedì sera il presidente della Camera potrebbe annunciare quest’ultima sfida: un’assemblea costituente al più presto per dar vita al nuovo partito. Un buon risultato metterà le ali ai piedi al progetto, se no la battaglia sarà tutta in salita.  Così, con Dario Vergassola nel ruolo di intervistatore-provocatore, e davanti a qualche migliaio di militanti e non (si affacciano anche Minoli e la cantante Tosca), consegna il messaggio per la sfida di domenica ma pure quello per il futuro della Cosa rossa. Il voto utile? “Droga pesante”. Immessa da Veltroni e Berlusconi in campagna elettorale per “distorcerne l’andamento”, e dunque “mistificare la realtà”. Il bersaglio della sfida di domenica è il “Veltrusconi”, con le magliette-gadget della “creatura” che passano di mano in mano. Il duopolio, accusa Bertinotti, che non è “nè innocente né neutro” e che punta a azzerare la sinistra, la cui affermazione viceversa è proprio la condizione preliminare per “far saltare l’inciucio”.  Dalle urne, ecco qui il senso di marcia che il candidato vuol dare all’operazione, “può nascere una nuova sinistra, la sinistra arcobaleno, la casa di tutti noi. Non ci chiuderemo in una riserva”. Per cui, come si usava nei comizi di una volta, compagni “andate casa per casa, strada per strada e chiedete un voto per quel giorno”. Lungo applauso liberatorio, Vergassola non si lascia sfuggire l’occasione, “e a casa date anche una carezza ai vostri bambini, dite che è di Fausto…”. Al quale, fra l’altro, chiede: “Ma Bossi con quella frase sui fucili non è stato un po’ un pistola?”. Oppure: “Fini diceva che Berlusconi era alle comiche finali, ma ora lui che fa, Stanlio?”.  Bertinotti si diverte. Ma poi distribuisce equamente fendenti al capo del Pd e a quello del Pdl. “Volgare” l’accusa di Veltroni al Prc per la crisi del governo Prodi, “su quel ramo non c’eravamo seduti solo noi ma tutte le forze che si erano unite contro Berlusconi”. Mea culpa per i risultati ottenuti con il governo del Professore, ma dopo cinque anni devastanti del Cavaliere “dovevamo provarci a stare a Palazzo Chigi, ma non è andata come volevano”. Ma, citando Gramsci, il compito è di provarci e riprovarci, “lo abbiamo fatto con il governo, ora riproviamo dall’opposizione perché questo è il nostro dovere”. Il generale Del Vecchio non vuole gay nell’esercito? “Se fosse stata approvata la legge sull’omofobia sarebbe stato denunciato e condannato”.  Berlusconi e Dell’Utri considerano Mangano un eroe? “E’ la loro idea di giustizia: condannano i comunisti e assolvono i mafiosi”. Oggi ultimi fuochi per la campagna elettorale del candidato premier della Sinistra arcobaleno: prima Genova poi in serata chiusura a Torino, dove sul palco ci sarà anche Sergio Cammariere.

 

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UN VOTO PER LA SINISTRA DEL FUTURO – di Fabio MUSSI

Aprile 12, 2008 · Lascia un Commento

Se non ci fosse La Sinistra l’Arcobaleno il risultato che uscirebbe dalle urne che si apriranno il 13 e 14 aprile prossimo sarebbe quello di un  paese, unico in Europa,  senza  più alcuna forza politica rappresentata in parlamento che si autodefinisca di sinistra.
Ma la sinistra esiste, nella della società italiana, nelle fabbriche e nei luoghi  di lavoro, nella cultura e nella scienza, tra gli uomini e le donne precarie nel lavoro e nella vita che combattono per cambiare la propria condizione e quella degli altri. La sinistra esiste nella libertà e nella responsabilità delle donne di fronte alla nascita e alla morte, ed esiste nei movimenti per la pace che, di fronte al boom planetario delle spese militari, si battono per il disarmo. Esiste perché ci sono valori e ideali che l’hanno fatta vivere nel corso della storia e sono proiettati nel futuro, che parlano  di solidarietà, di uguaglianza, di giustizia sociale, di un nuovo equilibrio tra uomo  e natura, di partecipazione.
Questa sinistra esiste e ha bisogno di una forma, di un luogo grande, spazioso  che sappia dare rappresentanza e voce alle mille differenze di cui si compone.
La Sinistra l’Arcobaleno non è un cartello elettorale, vuole essere il primo mattone di questa casa , e tante sono le case della Sinistra l’Arcobaleno  nate in queste cinque settimane di campagna elettorale. Certo è la lista da votare e da far votare domenica e lunedì prossimo,  ma è soprattutto un progetto: il progetto di unificare la sinistra,  di dare vita ad  un nuovo soggetto unito e plurale,  che viva nel futuro prossimo venturo e in quello più lontano. Un soggetto capace di raccogliere non solo le formazioni note  e  organizzate che hanno una rappresentanza istituzionale,  ma tutti coloro che si sentono di sinistra, che non si sentono rappresentati e che sperano che questa loro idea, i loro valori e i loro principi abbiano una  storia ancora da scrivere.
Il 13 e il 14 aprile sono un’ occasione da non perdere per una Sinistra capace di influire nella situazione politica e di pesare nella storia d’Italia. Buon voto a tutti noi

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