Blog de “La sinistra l’arcobaleno” a Brescia

Post da Aprile 2008

A Brescia la sconfitta più amara – Il voto operaio emigra nella Lega (di Beppe Almansi da Liberazione 26/04/2008)

Aprile 28, 2008 · Lascia un Commento

Due serate di intenso dibattito, il 21 e il 22 aprile, dove è prevalsa la volontà di capire le ragioni di una sconfitta.
Messa da parte ogni appartenenza, il Comitato politico bresciano del PRC riparte da qui, dalla necessità di indagare il fenomeno di una Lega che ha avuto gran parte del voto operaio, dando identità, con proposte come il federalismo fiscale, alle ansie dei lavoratori.
Le avvisaglie di questo fenomeno si potevano scorgere in filigrana già dal 1993 in una approfondita inchiesta della FIOM che spiegava come non fosse più il lavoro, l’appartenenza alla classe operaia, il collante sociale dei lavoratori al nord.
E, ancora, la campana d’allarme era suonata con le amministrative della primavera 2007, quando in tutti i comuni lombardi superiori ai 15 mila abitanti abbiamo perso il 43 % dei voti sulle politiche del 2006. È in questo contesto che i pensionati, i precari e gli operai non vedono più nella sinistra uno strumento utile per migliorare le proprie condizioni di vita.
La parola d’ordine negli interventi al Comitato politico provinciale è “mantenere l’unità e aprire una discussione nei paesi, per capire la sconfitta della sinistra, culturale prima ancora che sociale e politica”. Alla fine è stato approvato a larghissima maggioranza un dispositivo che invita la segreteria “a restare in carica al fine di adempiere gli obblighi previsti dall’iter congressuale”.
La sconfitta è stata pesantissima per noi, ma anche per il Pd che non ha sfondato con il suo progetto di forza riformista maggioritaria e ora si ritrova a una resa dei conti lacerante.
Il progetto della Sinistra deve continuare, c’è stata la capacità di capire la volontà di unirsi ma, anche a causa della velocità con cui si è arrivati al voto, non c’è stata la capacità di ricostruire il tessuto sociale.
Unire la Sinistra ripartendo da Rifondazione e dal lavoro, dunque, ma senza abbandonare quei temi (diritti civili, laicità, difesa dei diritti dei migranti) per i quali, secondo qualcuno, abbiamo perso.
Si impone una presa di responsabilità collettiva per arrivare a un congresso nel quale la diversità sarà un valore aggiunto alla linea politica.
Prima di allora abbiamo una responsabilità in più: rendere conto a quel 3,5% che ci ha votato perché non vada dispersa un’esperienza che ha visto la partecipazione e la messa in rete di tantissime persone che ci chiedono di non tornare indietro.
Per questo, dalla prossima settimana inizieremo una serie di assemblee su tutto il territorio, con tutte le donne e gli uomini che ci hanno sostenuto e con quelle che non l’hanno fatto e oggi ne sono pentite.

Categorie: NEWS

ASSEMBLEA NAZIONALE DE LA SINISTRA L’ARCOBALENO

Aprile 20, 2008 · Lascia un Commento

Sabato 19 Aprile a Firenze si è tenuta l’Assemblea nazionale de La Sinistra L’Arcobaleno. Un importante momento di riflessione sulle cause della sconfitta elettorale e di proposta per il rilancio della Sinistra in Italia.
l’audio degli interventi SU: http://www.radioradicale.it/scheda/252123/assemblea-nazionale-de-la-sinistra-larcobaleno

Categorie: NEWS

Responsabilità e umiltà per ricominciare e fare una sinistra di popolo

Aprile 20, 2008 · 1 Commento

Intervista a Niki Vendola apparsa su Liberazione del 17 Aprile 2008

di  Anubi D’Avossa Lussurgiu

 

Nichi Vendola, pare proprio che tocchi ricominciare a parlare di frantumazione politica per cominciare a parlare della sconfitta della sinistra. Nel senso che dopo la frana di consensi e l’uscita storica dal Parlamento imposta dagli elettori, i primi atti soggettivi dei partiti che avevano accettato – almeno elettoralmente – il nome unitario dell’Arcobaleno sono ora gesti di divisione. Tra di loro e al loro interno. A noi tocca, credo, parlare di Rifondazione comunista…
Il peggio che può accadere è che si ricominci dalla politica in forma di resa dei conti, di ricerca del capro espiatorio. Sarebbe una dinamica di continuità con la catastrofe. Perché un gruppo dirigente serio nella sua collegialità deve mettersi in discussione e deve dirigere una rapida transizione verso una fase di rilancio e riorganizzione del progetto politico. Per una questione, direi, di igiene: e di moralità comunista. Se invece si cerca l’abbrivio di una discussione urlata, di una rapida giustizia sommaria, credo che il danno sarà irreparabile.

Vediamo se ho capito: il confronto sulle responsabilità del disastro non può dislocarsi all’interno dei gruppi dirigenti, ma deve partire da una messa in questione collettiva e generale. Se è questo che proponi, come si deve tradurre concretamente? Che forme deve assumere l’ovvia restituzione di parola alla “base”?
Naturalmente, il partito è una cosa più larga di quanto non siano le istanze organizzate dei gruppi e dei sottogruppi: quindi penso che chiunque voglia difendere il patrimonio che con tanti sacrifici tutti insieme abbiamo accumulato, deve mettere al primo posto un’idea forte di solidarietà all’interno di questa comunità politica che è Rifondazione comunista. Per potere, ancora tutti insieme, guardare con spietatezza le ragioni non congiunturali di una sconfitta tanto radicale. La sconfitta può essere anche vissuta come la ritirata in una casa più piccola, forse anche più comoda per chi ha soltanto il problema di ritagliare uno spazio di sopravvivenza ad un frammento di ceto politico. Ma o il nostro progetto resta quello di una grande innovazione politico culturale, che ambisca a ricostruire il profilo di una sinistra di popolo, oppure la nostra gente abbandonerà il campo e si ritirerà a vita privata.

Fermiamoci allora sulla “catastrofe”: sarà un problema mio, ma non capisco come la discussione possa aprirsi senza il punto di partenza di un’analisi del voto. Voglio dire senza confrontarsi su dove sono andati a finire i voti persi, per riscostruirne le ragioni e ascoltarne i messaggi. Ci proviamo?
Intanto il punto d’inizio: la nostra perdita ha dimensioni catastrofiche, perché si tratta di oltre due milioni e mezzo di voti. Che sono usciti in forma più consistente verso il partito democratico, ma non solo: verso il suo alleato, l’Italia dei Valori; e, mi pare evidente, anche verso la destra e al Nord verso la Lega; così come verso l’astensione…

Che sono – il non voto, la Lega e l’Idv – i soli serbatoi aumentati in valori assoluti in queste elezioni. Avrà pure un significato…
Secondo me, per quel che ci riguarda, si rende evidente un mix di ingredienti che caratterizza la nostra sconfitta. Noi e quasi esclusivamente noi abbiamo pagato, naturalmente, tutti gli scontenti rispetto al governo Prodi: sia dal lato delle critiche e delle delusioni, delle “sofferenze” sociali, sia da quello simmetrico d’una punizione dei fattori “perturbativi” della governabilità. E inoltre non siamo stati percepiti come un’alternativa etica, laddove su questo tereno si è colocata la percezione della crisi della politica: e qui ha capitalizzato Di Pietro, a mio parere attraverso un “mediatore culturale” che è il grillismo.

Come, allora, è stata percepita la sinistra per essere così “punita”?
Siamo stati fino in fondo percepiti come una icona dell’inefficacia dell’agire politico. Di più, veniamo per così dire “asfaltati” da quest’idea duplice con cui si è depositata nei corpi sociali: che da un lato intende l’efficacia come blindatura della governabilità e dall’altra assume come misura i risvolti concreti immediati, nella vita materiale d’ognuna e d’ognuno, dell’azione politica.

Dunque, la percezione fondamentale era quella d’una inefficacia.
Già: ma l’inefficacia è stata in qualche maniera drammatizzata da ciò che apparso come un’improvvisazione elettoralistica. Intendo l’immagine di cartello elettorale. Non ha indicato una chiara prospettiva futura; e nemmeno un superamento in una nuova fucina non tanto delle culture politiche dei partiti coinvolti quanto del corollario di beghe di piccoli palazzi, di politicismi. E’ apparso un debole “manifesto” per indicare un luogo che era confuso: noi, voglio dire, chiedevamo di votare al massimo un’allusione. E così siamo stati percepiti davvero come un residuo, come un cimelio.

La sorte “museale” che avvertivi come rischio della sinistra politica in questa temperie storica, già in quella nostra intervista prima dell’estate scorsa, a Bari…
E’ fastidioso rivendicarlo, ma è così, avevo provato a dirlo. Ora invece dico: se qualcuno crede che questo problema possa essere affrontato e risolto sul terreno delle questioni identitarie, io credo che sarà rapidamente smentito dalla realtà dei fatti. Il punto di fondo di quest’insuccesso totale credo infatti sia nel totale scoordinamento dei nostri tempi rispetto a quelli della realtà. Che, invece, ci chiedeva un vero e proprio “salto” organizzativo e culturale…

Un momento: questa “domanda della realtà”, che pure è stata evocata nella campagna elettorale della sinistra senza appunto riuscire ad andare oltre un’allusione, non viene da un po’ prima? Non era già più che matura, intendo, da ben prima della stessa scommessa della partecipazione al governo?
Se posso dire così, il momento “topico” era quello in cui eravamo politicamente perdenti e culturalmente vincenti: il 2001, a Genova. Allora, forse, dovevamo intendere che il filtro e la rappresentazione politica di quelle istanze di cambiamento erano maturi per poter essere sottoposti ad un’operazione coraggiosissima quanto necessaria di innovazione. Intervendo proprio sul tema del soggetto politico.

Ecco: e non è che questa “occasione mancata” precede come problema e anche determina, per così dire, quello della fallita scommessa sul governo?
Quel che non si puo non vedere è che nell’esperienza di governo la sopravvivenza di “quello che c’era” ha portato noi ad essere i parafulmini di qualunque tempesta. Perché da un lato rispetto all’insieme delle istanze di movimento, anche se condividevi percorsi e battaglie, perdevamo credibilità malgrado la pretesa d’efficacia, riferita proprio alla presenza nel governo. D’altro canto, nonostante l’inefficacia del nostro posizionamento critico all’interno del governo – perché su Val di Susa e Dal Molin, per dirne due, non portavamo a casa niente – il fatto che eravamo collocati nella piazza e nel movimento diventava oggetto dei fulmini di tutt’un’area, anche democratica, che pensa la priorità sia tener saldo il quadro del governo. Insomma: noi eravamo nell’occhio del ciclone, ma capita in queste circostanze che chi sta nel suo occhio non si acorga che intorno c’è il ciclone. E invece di essere quelli che, contemporaneamente, vedono crescere la capacità di governo senza rinunciare a implementare il proprio radicamento nei movimenti, siamo apparsi spiantati sia dalla terra della politica che da quella della società.

E qui torniamo al punto dell’assunzione di responsabilità: se le cose stanno così, come deve esplicarsi?
Se le cose stanno così, domando io, facciamo la discussione sul fatto che la colpa è del ministro Paolo Ferrero? Mi pare francamente ingeneroso. O la facciamo sul fatto che la colpa è del segretario Franco Giordano? Mi pare francamente grottesco. Almeno questo residuo di stalinismo penso che ce lo possiamo risparmiare. Non si cerchino i colpevoli ma s’indaghino le cause. Ripeto, assumendoci collettivamente la responsabilità della sconfitta.

Ma, dal passato al futuro, un’assunzione di responsabilità per cosa? Per proporre quale compito?
Il tema è per me quello che ti ho detto, d’una nuova sinistra di popolo. Problema molto serio: perché significa lottare sapendo d’essere una minoranza ma senza avere atteggiamenti minoritari. La grandezza del movimento no global è stata quella di aver sfidato il pensiero unico superando la variegata mappa di tutti i minoritarismi. E per me quello è il punto di svolta quando voglio immaginare la ricostruzione del campo teorico d’un soggetto d’alternativa.

Uno che certamente è d’accordo su questa premessa, Marco Revelli, indica provocatoriamente al “bagno d’umiltà” della sinistra l’esempio della Lega, ovviamente agli antipodi poltici, per indicare come centrale il nodo del territorio e del legame sociale…
Certo, la Lega è una doppia comunità. E’ comunità politica che si sovrappone alla reinvenzione d’una comunità territoriale. In qualche maniera offre un doppio riparo rispetto alle tendenze di disidentificazione verso la globalizzazione. Ha costruito un alfabeto che mutua il populismo dal popolo. Si carica di un’identità che altre volte abbiamo definito come di “plebeismo piccolo borghese” e lo restituisce in forma di discussione pubblica, liberato da qualunque freno inibitore. E, ciò che è più importante dal punto di vista della nostra messa in discussione, occupa degli spazi che non solo noi non occupiamo, ma proprio non conosciamo più.

Mi pare parlino su un altro piano sempre di questo altre due voci critiche, ascoltate prima del voto: quella di chi, come Marramao, additava la mancata elaborazione a sinistra del divorzio fra simbolico e dimensione delle pratiche, e quella femminista che l’ha specificato nella fissità, sempre a sinistra, della crisi del simbolico politico maschile. Non sono modi di dire la mancata messa in causa del soggetto politico, della sostanza appassita nelle sue forme?
Ripartire di qui, è appunto il compito. Se c’è chi pensa che si possa ripartire dal partitino, che la collocazione extraparlamentare diventi una specie di codice politico-culturale, sta giocando una partita che non c’entra niente con i bisogni della società italiana come con la necessità di reinventare la sinistra. Occorre partire invece dal fatto che siamo stati e ci siamo esiliati dal simbolico, dalla generalità delle forme di coscienza. Sembriamo possedere un alfabeto indecifrabile e il nostro agire politico sembra un esodo dai luoghi della moderna concentrazione di umanità: il nostro racconto è sempre d’un rapporto esteriore, un po’ sociologico un po’ apocalittico, quando un tempo a raccontare era il lavoro politico, la costruzione di reti di comunità, la messa in sequenza di vertenze, la capacità di dare alla politica un ruolo pedagogico. Oggi anche il nostro racconto sembra mutuare più dalla fiction che dall’attraversamento della realtà.

Cerchiamo di esplicitare i termini politici attuali di queste considerazioni: l’assunzione collettiva di responsabilità, se tale è il grado di crisi soggettiva certificato, a chi deve rivolgersi e in che luoghi deve svolgersi? Con chi e dove bisogna “elaborare il lutto”?
Ci conviene, dico io, anche fare un funerale. Portiamo a seppellimento il cadavere di qualunque nostro dogmatismo, settarismo, spocchia e superbia intellettuale. C’è un lavoro che va ricominciato con immensa modestia. Un lavoro che dev’essere spigliato, libero, non ricattato. Con tuti quelli che ci stanno. Per questo, in queste ore, dobbiamo lanciare un messaggio molto forte alle compagne ed ai compagni: quello di partecipare ad una battaglia politica esplicita. Chiudersi in qualunque nicchia significa candidarsi al suicidio. E può anche accedere che per molte ragioni la sinistra italiana come soggetto autonomo sparisca; oppure, che finisca in una piccola commedia senza respiro e senza importanza. Dobbiamo rifiutare questa prospettiva, se possibile. E dobbiamo metterci tutti in gioco. Perché ora c’è solo un modo per salvare la sinistra politica, in Italia: sfidare noi stessi a costruire una grande e nuova sinistra.

Categorie: STAMPA

Bertinotti, da Torino ultimo appello al voto: «Non arrendiamoci!»

Aprile 13, 2008 · Lascia un Commento

di Angela Mauro da Liberazione del 13 aprile 2008

«Io l’ho già votata altre volte. Da stagionale mi hanno confermata. Finalmente: dopo sette anni». L’hostess Alitalia indica le due striscette sulla divisa, segno dell’avvenuta assunzione. E’ contenta, nonostante la crisi della compagnia. Volo Roma-Genova. Gli assistenti a bordo approfittano della presenza del passeggero Fausto Bertinotti per comunicare speranze e preoccupazioni. E’ la politica che urta con i problemi reali. «Lei è stato l’unico a dire come stavano le cose per l’Alitalia già anni fa», gli riconosce uno steward. Il clima è sereno intorno al candidato premier della Sinistra Arcobaleno. Malgrado le incertezze. E sono tante. Per i lavoratori dell’Alitalia. Per la sinistra, di conseguenza.
La situazione della compagnia di bandiera è una parte del carico con il quale Bertinotti affronta l’ultima giornata di una campagna elettorale «difficile», ammette. «Vogliono cancellare la sinistra per eliminare il contagio tra i problemi reali e la politica», dice a Genova e poi a Torino, in serata, ultimissimo appuntamento con la folla radunata in piazza San Carlo. Sul palco con il candidato premier, con la sinistra, Sergio Cammariere, uno dei tanti firmatari dell’appello per il voto all’Arcobaleno. Musica dopo le parole del “leader”, festa carica di una«speranza» che ha tante ragioni ancora da esplorare, ma una già certa: «Prima eravamo divisi – parla Bertinotti – ora per la prima volta risuona la parola “unità” non al centro, non a destra: a sinistra». E’ la chiave che dà senso al voto, che può rovesciare la campagna elettorale difficile: «Non saremo un cartello elettorale. Mettiamoci in gioco tutti, ognuno con i suoi colori. Dopo la tempesta, l’Arcobaleno annuncia il futuro».
Schiettezza nei toni. Accompagnato da quella che definisce la sua «coperta di Linus» (un foglietto di scarni appunti a prima vista insignificante, ma evidentemente vitale, quasi un “portafortuna” per i comizi), Bertinotti torna sul passato, prova a tracciare il futuro. «Dovevamo appoggiarlo il governo Prodi, dopo 5 anni di Berlusconi», rivendica senza timori. «Volevamo cambiare la politica, ci abbiamo provato, non ci siamo riusciti e…sì: ora siamo delusi». E’ il messaggio per gli indecisi con il cuore a sinistra: «La delusione è anche nostra. Il governo è stato condizionato dai poteri forti e dal Vaticano e per questo è stato messo sotto scacco da Dini e Mastella: non sarebbe stato possibile se si fosse conquistato un consenso popolare». Un quadro nel quale la sinistra è stata «isolata». «Ci abbiamo provato fino all’ultimo: abbiamo continuato a chiedere che il tesoretto fosse redistribuito a salari e pensioni. Prodi, i ministri del Pd non hanno voluto…». E ora: «Non ci arrendiamo». Provare, riprovare come diceva Gramsci: «L’importante è ricominciare il cammino dall’opposizione: non perchè abbiamo la puzza sotto il naso, ma perchè abbiamo provato dal governo e non ci siamo riusciti». E’ tempo di ricostruire una massa critica sociale, di carica rivoluzionaria.
Ricominciare. La parola non potrebbe trovare città più adatta di Torino. «Forse in nessun altra città si può cogliere il significato profondo di questo verbo», dice Bertinotti alla folla con le bandiere della Sinistra Arcobaleno, quelle No Tav, gli striscioni che parlano di lavoro e precarietà. «Torino, città di vittorie e di sconfitte, dove le vittorie sono arrivate dopo lunghi, grigi periodi di resistenza». Come quello che ha preceduto gli anni ‘70, quando Torino «non affittava le case ai meridionali». Dopo ci ha pensato il movimento operaio a «conquistare diritti nelle fabbriche e cittadinanza fuori». E, dopo ancora, è arrivata un’altra sconfitta, quella che ha preparato la strada alle tragedie di oggi alla Thyssen e che invoglia a dire a Walter Veltroni: «Parlare di conflitto di classe oggi non è ideologia ma denuncia: insieme al potere d’acquisto gli operai hanno perso dignità». E sono soli: «Non ci si meravigli se votano a destra. Sta alla sinistra riconquistare la loro fiducia».
Veltroni e il suo Pd, Berlusconi e il suo Pdl. «Hanno sequestrato la democrazia con l’aberrazione del voto utile: droga pesante per le menti». Vogliono realizzare quanto non sono riusciti a fare con le riforme istituzionali: «Ridurre la politica italiana a due contendenti, che poi sarebbe uno solo visto che si assomigliano così tanto». Il Pd che candida l’imprenditore Calearo e l’operaio Boccuzzi: «Il lupo e l’agnello: li puoi mettere insieme, ma si sa già chi mangerà l’altro». Berlusconi che risolve il problema della precarietà al femminile con un fortunato matrimonio. «Dietro, c’è la stessa logica che vuole eliminare la sinistra. Come dire: la tua condizione è questa, rassegnati. Se ne vuoi una diversa, non devi pensare di cambiare la tua storia e quella di quelli come te. Devi uscire dalla tua storia, affidarti alla fortuna, al lotto, sperare di fare la valletta in tv. Ci vorrebbero sudditi con la testa omologata». Bisogna dire no. «La campagna è stata difficile – conclude un “informalissimo” Bertinotti in un forum con EcoTv allestito in un caffè torinese dopo il comizio – ma è finita presto. Ho ancora energie!».

Categorie: NEWS

VI E’ UN SOLO VOTO UTILE CONTRO BERLUSCONI: VOTA LA SINISTRA L’ARCOBALENO

Aprile 12, 2008 · Lascia un Commento

NIENTE SENATORI IN REGALO A BERLUSCONI

 

II vero voto utile è per

laSinistral’arcobaleno

L’attuale legge elettorale (“porcellum”) prevede che i premi di maggioranza al Senato vengano attribuiti su base regionale. Questo rende molto difficile (come insegna l’esperienza ultima del governo Prodi), per qualsiasi partito o coalizione, ottenere una solida maggioranza a Palazzo Madama.

Un obbiettivo realistico e praticabile e quello di impedire a Berlusconi di avere una maggioranza sicura di Senatori. Per ottenere questo e’ necessario non regalare seggi a Berlusconi

 

IL CASO LOMBARDIA

In Lombardia si eleggono 47 senatori. Come tutti sanno e come confermato dai sondaggi, la coalizione di Berlusconi (PDL e LEGA) otterrà la maggioranza nella nostra Regione e quindi si vedrà attribuire il premio di maggioranza previsto di 26 seggi. Ma in Lombardia vi e un rischio: che Berlusconi possa andare oltre i26 seggi! Come??? Lo spiega il “Sole 24 ore” di domenica 23 marzo pubblicando una simulazione di attribuzione seggi elaborata dal Centro Italiano Studi Elettorali in base alla quale PDL-LEGA conquisterebbero ben 30 seggi. Questo risultato eccezionale per Berlusconi( ben 4 seggi in più rispetto a quanto garantitogli dal premio di maggioranza) sarebbe possibile non per il risultato della sua coalizione, né da quello del PD, ma qualora la lista “la SINISTRA l’Arcobaleno” fosse bloccata sotto il quorum dell’8%.

 

Per dirla in modo chiaro possono determinami due ipotesi:

la SINISTRA l’Arcobaleno SOTTO IL QUORUM:

Se gli elettori della Lombarda decidessero di non votare la Sinistra l’Arcobaleno, ma altre liste (PD o liste della sinistra estrema) Sinistra l’Arcobaleno,in un numero tale da portare la percentuale  di voto appena sotto l’8%, Berlusconi avrebbe 30 seggi (4 SENATORI IN PIÙ)

la SINISTRA l’Arcobaleno SOPRA IL QUORUM:

Se in vece gli stessi elettori della Lombardia decidessero di votare la Sinistra l’Arcobaleno, in numero tale da  garantire la percentuale sopra l’8%, Berlusconi avrebbe 26 seggi (4 SENATORI IN MENO)

 

 

Categorie: NEWS

«Noi di sinistra, solo noi contro la religione del mercato»

Aprile 12, 2008 · Lascia un Commento

 Di Piero Sansonetti (Liberazione 12 aprile 2008)
Fausto Bertinotti, per una volta, dà ragione agli americani. Dice che il giudizio sulla campagna elettorale espresso dall’ambasciatore degli Usa a Roma, Ronald Spogli, è un parere «pro veritate». E naturalmente – come tutti i pareri pro veritate – è anche un parere interessato, diciamo un «augurio», un «consiglio»; ma questo non modifica la solidità del parere. Cosa ha detto Ronald Spogli? Semplicemente che i programmi elettorali del partito di Berlusconi e del partito di Veltroni sono «sovrapponibili». Cioè, per capirci, coincidono, sono uguali. E di conseguenza, dice Spogli – ma la stessa idea l’ha espressa Luca di Montezemolo – non è difficile immaginare un governo di grande coalizione che tenga insieme i due partiti. Bertinotti pensa che le cose stiano più o meno così come le ha dette l’ambasciatore. 

In cosa sono simili i programmi di Pd e Pdl?
Sono simili nel loro nucleo essenziale. E cioè l’accettazione dell’ineluttabilità del primato dell’impresa e del mercato. Pd e Pdl pongono il mercato e l’impresa come fondamento non solo dell’economica ma del modello sociale e di ogni politica possibile. Pilastro della società, della sua cultura, degli stili di vita, delle abitudini, delle relazioni personali. Su questo i due partiti sono identici, e persino si stupiscono che qualcuno possa essere diverso da loro. 

 

Eppure negli ultimi tempi sono giunte diverse smentite alla tesi del «mercato perfetto». Queste smentite hanno cambiato persino la politica americana. Da noi nessuno le ascolta?
Le smentite sono chiarissime e colossali. La storia degli ultimi anni ha dimostrato inequivocabilmente che la tesi secondo la quale la globalizzazione è la chiave del futuro – produce ricchezza e permette la distribuzione – è una tesi del tutto infondata.
Gli apologeti della globalizzazione, quelli di destra e quelli di centrosinistra, sostenevano la stessa tesi: la globalizzazione è il terreno dello sviluppo, del progresso, dell’aumento infinito della ricchezza, ed è essa stessa il luogo della distribuzione. La destra pensava che questa distribuzione dovesse soprattutto essere a favore dei ceti più forti, dei possidenti, perché questi ceti sono quelli in grado di reinvestire, e produrre nuova ricchezza, nuovo sviluppo e nuova e più forte globalizzazione. Il centrosinistra pensava invece che almeno una parte delle nuove ricchezze prodotte dovesse servire a lenire, a temperare le diseguaglianze, gli squilibri sociali, in modo da appianare i conflitti, favorire il funzionamento dei sistemi politici e, per questa via, produrre nuova globalizzazione.
Tutte queste teorie sono state smentite dai fatti: no, la globalizzazione non è il tempo della pacificazione e della democrazia. La globalizzazione produce crisi. Capisci? E’ esattamente così: il principale portato della globalizzazione è la crisi. Crisi per tutti, per la stessa globalizzazione. E crisi vuol dire guerra, crisi vuol dire terrorismo, crisi vuol dire recessione, crisi vuol dire decadenza del capitalismo che da produttivo diventa finanziario.
Di fronte a queste smentite, disastrose, le due principali forze politiche italiane restano sorde. Chiudono gli occhi, tappano le orecchie, e ripetono che però il cuore di tutto deve restare il mercato. Non si ricredono neppure di fronte al fatto che la crisi ha prodotto un cambiamento clamoroso nei comportamenti degli stati, dei governi, delle banche. Tanto che un osservatore acuto come Galapagos, del manifesto, ha inventato il termine «il socialismo bancario»…

In che consiste il «socialismo bancario»?
E’ la riscoperta, da parte dei principali attori e sostenitori della globalizzazione capitalistica, di un vecchio fenomeno dell’economia, sempre demonizzato e bistrattato dai conservatori: l’intervento pubblico. Naturalmente l’idea che hanno loro è quella di usare l’intervento pubblico per sostenere la finanza. Non vogliono un intervento pubblico applicato alla società ma alle banche, cioè alle cattedrali della globalizzazione. L’idea è sempre la vecchia idea del capitalismo: socializzare le perdite e privatizzare i profitti. In questi giorni, quanto sia vero quello slogan è impressionante: noi assistiamo al miglioramento dei bilanci delle grandi imprese e alla riduzione dei salari. E nessuno ci trova niente di strano, nessuno pensa che sia una anomalia da correggere. E’ su questo punto che io vedo una fortissima convergenza nei programmi di Veltroni e Berlusconi. In questa loro convinzione, che pone il mercato e gli interessi della finanza e dell’impresa al di sopra di tutto, di qualunque altro principio o interesse. E bada che in questa impostazione non c’è un pensiero un’idea economicistica. Anzi, c’è la convinzione che il mercato non possa restare un fatto puramente economico, ma debba investire tutto il funzionamento della società, debba diventare il principale ispiratore e il padrone della politica, debba costruire cultura e cultura politica. Il capitalismo che immaginano è un capitalismo totalizzante. Che riscopre la sua vocazione a mettere tutto sotto controllo.

Mercato non solo come scambio di merci, ma scambio e affermazione di etica e morale?
Esatto. E in che consiste questa etica, questo sistema di valori? Nella ricostruzione delle catene di comando, delle gerarchie, dei simboli del potere e dell’ordine. L’idea è quella di ottenere una rivincita completa sul ‘68-’69. Vogliono dannare quella memoria. Vogliono che il ‘68 diventi il capro espiatorio della modernità.

Sono passati così tanti anni dal ‘68-69! Che gli importa di cancellarlo?
Quel movimento impose delle trasgressioni. Di più: trasformò la trasgressione in valore. Se non si cancella il diritto alla trasgressione, e alla contestazione, allora l’ideologia del mercato trema. L’ideologia del mercato ha bisogno di grandi sicurezze, di meccanismi oleati, di poca discussione. Il sessantotto fu contestazione dell’ordine esistente. Il mercato ha bisogno di un fortissimo ordine esistente. Ha bisogno di valori come gerarchia, selezione, delega, organizzazione capitalistica del lavoro e della vita. E’ fondamentale, per affermare quei valori, cancellare l’anomalia del ‘68. Ricondurla all’irrazionale ed espellerla dalla politica. Così si ricostruisce il vecchio ordine, si fa tornare l’ancien regime. Si rimettono sull’altare impresa e mercato. Questa è l’operazione in corso nella politica italiana…

E su questo, tu pensi che Pd e Pdl siano uguali, siano d’accordo.
Sì, su questo sì. Hanno idee del tutto “sovrapponibili”, come dice, e se ne compiace, l’ambasciatore Spogli. Da qui in poi vedo una differenza…

Qual è la differenza?
Il Pd vorrebbe cancellare non solo il ‘68, ma anche un pezzo di storia precedente. Diciamo che non ha rispetto per la Costituzione, per l’antifascismo, per la Resistenza. Nasce così la richiesta di Dell’Utri di riscrivere i libri di Storia. Non potendo cambiare la Storia, Dell’Utri vuole riscrivere la storia. E vuole cancellare non solo la rivolta del ‘68, e i valori libertari che portò, ma vuole cancellare i valori dell’antifascismo e dunque quell’idea di democrazia che l’antifascismo e la Costituzione hanno espresso.

Invece, tu dici che il Pd difende i valori dell’antifascismo e della Costituzione?
Certamente il Pd ha una storia diversa, e ha un rispetto diverso per le istituzioni e per la Repubblica. Il revisionismo storico del Pd si ferma al ‘68. Non ha in se i principi e le aspirazioni di «antirepubblica» che invece ci sono nella destra. E a questi principi si è ispirato quest’ultimo scorcio di campagna elettorale della destra. Su questo terreno Berlusconi ha dato fuoco alle polveri. In modo anche greve, come è stato con le battute di Dell’Utri non solo sulla Resistenza ma anche sulla mafia. L’affermazione di Dell’Utri e Berlusconi sulla mafia («Mangano è un eroe») è una battuta che nel quadro tradizionale del rispetto delle istituzioni e della costituzione è impronunciabile. Il centrodestra invece usa queste affermazioni provocatorie per accendere lo scontro con il Pd che in altri campi non gli riesce, e per dare l’impressione che in questi ultimi giorni la campagna elettorale è diventata scontro al calor bianco. Circostanza subito rilanciata dagli editorialisti più militanti del Pd (quelli di Repubblica, dell’ Unità, della Stampa ) per combattere la tesi dell’inciucio. Dicono: vedete che scontro violento? Vedete che distanza tra Berlusconi e Veltroni? Naturalmente non è così, la distanza tra Berlusconi e Veltroni è tutt’altro che grande, però su questo specifico terreno di lealtà alle istituzioni la differenza c’è.

Quindi il Pd può essere considerato un alleato nella difesa della Costituzione?
Beh, qui sarei più prudente. Tra il Pd e il Pdl, negli ultimi tempi, c’è stata una convergenza presidenzialista che già mina nelle fondamenta lo spirito repubblicano di cui parlavo prima. Naturalmente è una convergenza da posizioni diverse. Berlusconi va fino in fondo nel suo attacco alla Costituzione, e si propone di buttar giù l’edifico della repubblica antifascista. Il Pd no. Ma la politica di “tabula rasa” di Berlusconi è agevolata dalla svolta politica del Pd. Tutta la campagna sul voto utile va in quella direzione. Goffredo Bettini, che è uno dei più autorevoli esponenti del Pd, ha detto recentemente queste esatte parole: « E’ come se ci fosse il voto diretto tra Berlusconi i e Veltroni». Una dichiarazione di questo genere è in tutta evidenza una proposta di passaggio dalla Repubblica parlamentare, nella quale oggi viviamo, alla Repubblica presidenziale. Cioè di realizzare un modello politico molto lontano dal modello immaginato e costruito con la Costituzione. Persino nella lettera di Veltroni a Berlusconi, che pure aveva un forte intento polemico e voleva essere una contestazione alla scarsa fedeltà costituzionale di Berlusconi, ci sono però riferimenti alla difesa della prima parte della Costituzione. Non viene messa in discussione la possibilità di stravolgere la seconda parte, e quindi le forme del governo e le forme della democrazia politica.

Sulla modifica della seconda parte della Costituzione, secondo te, c’è una disponibilità del Pd?
C’è, sulla base di un clamoroso voltafaccia del Pd. Fino a qualche mese fa non c’era. Si era concordata una riforma elettorale fortemente proporzionalista, che confermava la Repubblica parlamentare e non presidenziale. In Italia solo una volta è stata delineata una repubblica «sempipresidenzialista» ed è stato con la riforma costituzionale preparata e approvata dalla destra nel 2005. Ma quella riforma fu battuta con un referendum nel quale si schierarono anche i Ds e la Margherita. Ora pare che abbiano cambiato idea, e questo è preoccupante.

Bertinotti, tu pensi che dopo le elezioni Veltroni e Berlusconi si metteranno d’accordo e nascerà una grande coalizione?
Io continuo a pensare che questa campagna elettorale sia stata giocata su una posta altissima: la sfida per l’esistenza della sinistra in Italia. Questa è la battaglia aperta. E’ la vera posta di queste elezioni. La questione è tutta lì: se la sinistra avrà o no un buon risultato e una buona rappresentanza parlamentare. E se avrà un buon risultato la Grande Coalizione, cioè l’alleanza di governo tra Pdl e Pd, sarà molto difficile. Perché? Perché i due partiti maggiori in realtà sono due coalizioni, dentro le quali ci sono enormi contraddizioni. E nel partito democratico in particolare – soprattutto se, come sembra abbastanza probabile, vinceranno le destre – si apriranno violentissimi contrasti. Perché a me pare chiaro che l’ampiezza delle contraddizioni è destinata ad essere esaltata. E se c’è una sinistra forte e intelligente, la strada della grande coalizione per il Pd sarà impraticabile.
I rischi tuttavia ci sono. Anche perché le pressioni di grandi poteri esterni al Parlamento sono evidentemente molto forti, e ne abbiamo già parlato. E’ una insidia fortissima, la Grande Coalizione, perché renderebbe gigantesca la forza dell’ideologia del mercato. Io non credo che questo rischio si manifesterà con tutti i crismi della solennità, cioè con un governo di grande coalizione alla tedesca, formalizzato. Il rischio più grande è quello di una convergenza, di una intesa, e io penso che questa convergenza possa realizzarsi su una grande riforma istituzionale e cioè su una scelta presidenzialista esplicita. Sarebbe l’esito in termini di controriforma istituzionale di quello che è stato predicato e praticato in questa campagna elettorale.

Allora sei molto pessimista?
No, non lo sono. Innanzitutto perché penso che l’Italia politica sia irriducibile a due, e quindi penso che il risultato elettorale sarà più articolato di quel che sperano Veltroni e Berlusconi. E poi perché credo che la sinistra arcobaleno, se sarà abbastanza forte, potrà diventare un cuneo che fa saltare quella operazione. Io ci conto molto. E penso che la sinistra arcobaleno possa assumere un ruolo assai importante nella prossima legislatura. Prendendo atto della scelta di rottura a sinistra compiuta dal Pd di Veltroni, senza vittimismi e lamentazioni, e invece con la capacità di rimettersi al lavoro per ricostruire una sinistra casa di tutti che, dall’opposizione, riesca a pesare sulla politica italiana.

Categorie: NEWS

BERTINOTTI: “DAL VOTO NASCE LA NUOVA CASA DELLA SINISTRA” da Repubblica 11 aprile

Aprile 12, 2008 · Lascia un Commento

“Siamo agli sgoccioli. Adesso toccherà a voi, avanti le giovani generazioni”. Arriva in piazza Navona, per chiudere a Roma la sua lunga cavalcata, e Fausto Bertinotti già immagina la staffetta, pensa al dopo-voto. Quando, qualunque sia il responso delle urne, fatto il passo indietro da leader operativo, lancerà il suo appello: non si farà retromarcia dalla sinistra unita. E già lunedì sera il presidente della Camera potrebbe annunciare quest’ultima sfida: un’assemblea costituente al più presto per dar vita al nuovo partito. Un buon risultato metterà le ali ai piedi al progetto, se no la battaglia sarà tutta in salita.  Così, con Dario Vergassola nel ruolo di intervistatore-provocatore, e davanti a qualche migliaio di militanti e non (si affacciano anche Minoli e la cantante Tosca), consegna il messaggio per la sfida di domenica ma pure quello per il futuro della Cosa rossa. Il voto utile? “Droga pesante”. Immessa da Veltroni e Berlusconi in campagna elettorale per “distorcerne l’andamento”, e dunque “mistificare la realtà”. Il bersaglio della sfida di domenica è il “Veltrusconi”, con le magliette-gadget della “creatura” che passano di mano in mano. Il duopolio, accusa Bertinotti, che non è “nè innocente né neutro” e che punta a azzerare la sinistra, la cui affermazione viceversa è proprio la condizione preliminare per “far saltare l’inciucio”.  Dalle urne, ecco qui il senso di marcia che il candidato vuol dare all’operazione, “può nascere una nuova sinistra, la sinistra arcobaleno, la casa di tutti noi. Non ci chiuderemo in una riserva”. Per cui, come si usava nei comizi di una volta, compagni “andate casa per casa, strada per strada e chiedete un voto per quel giorno”. Lungo applauso liberatorio, Vergassola non si lascia sfuggire l’occasione, “e a casa date anche una carezza ai vostri bambini, dite che è di Fausto…”. Al quale, fra l’altro, chiede: “Ma Bossi con quella frase sui fucili non è stato un po’ un pistola?”. Oppure: “Fini diceva che Berlusconi era alle comiche finali, ma ora lui che fa, Stanlio?”.  Bertinotti si diverte. Ma poi distribuisce equamente fendenti al capo del Pd e a quello del Pdl. “Volgare” l’accusa di Veltroni al Prc per la crisi del governo Prodi, “su quel ramo non c’eravamo seduti solo noi ma tutte le forze che si erano unite contro Berlusconi”. Mea culpa per i risultati ottenuti con il governo del Professore, ma dopo cinque anni devastanti del Cavaliere “dovevamo provarci a stare a Palazzo Chigi, ma non è andata come volevano”. Ma, citando Gramsci, il compito è di provarci e riprovarci, “lo abbiamo fatto con il governo, ora riproviamo dall’opposizione perché questo è il nostro dovere”. Il generale Del Vecchio non vuole gay nell’esercito? “Se fosse stata approvata la legge sull’omofobia sarebbe stato denunciato e condannato”.  Berlusconi e Dell’Utri considerano Mangano un eroe? “E’ la loro idea di giustizia: condannano i comunisti e assolvono i mafiosi”. Oggi ultimi fuochi per la campagna elettorale del candidato premier della Sinistra arcobaleno: prima Genova poi in serata chiusura a Torino, dove sul palco ci sarà anche Sergio Cammariere.

 

Categorie: NEWS

UN VOTO PER LA SINISTRA DEL FUTURO – di Fabio MUSSI

Aprile 12, 2008 · Lascia un Commento

Se non ci fosse La Sinistra l’Arcobaleno il risultato che uscirebbe dalle urne che si apriranno il 13 e 14 aprile prossimo sarebbe quello di un  paese, unico in Europa,  senza  più alcuna forza politica rappresentata in parlamento che si autodefinisca di sinistra.
Ma la sinistra esiste, nella della società italiana, nelle fabbriche e nei luoghi  di lavoro, nella cultura e nella scienza, tra gli uomini e le donne precarie nel lavoro e nella vita che combattono per cambiare la propria condizione e quella degli altri. La sinistra esiste nella libertà e nella responsabilità delle donne di fronte alla nascita e alla morte, ed esiste nei movimenti per la pace che, di fronte al boom planetario delle spese militari, si battono per il disarmo. Esiste perché ci sono valori e ideali che l’hanno fatta vivere nel corso della storia e sono proiettati nel futuro, che parlano  di solidarietà, di uguaglianza, di giustizia sociale, di un nuovo equilibrio tra uomo  e natura, di partecipazione.
Questa sinistra esiste e ha bisogno di una forma, di un luogo grande, spazioso  che sappia dare rappresentanza e voce alle mille differenze di cui si compone.
La Sinistra l’Arcobaleno non è un cartello elettorale, vuole essere il primo mattone di questa casa , e tante sono le case della Sinistra l’Arcobaleno  nate in queste cinque settimane di campagna elettorale. Certo è la lista da votare e da far votare domenica e lunedì prossimo,  ma è soprattutto un progetto: il progetto di unificare la sinistra,  di dare vita ad  un nuovo soggetto unito e plurale,  che viva nel futuro prossimo venturo e in quello più lontano. Un soggetto capace di raccogliere non solo le formazioni note  e  organizzate che hanno una rappresentanza istituzionale,  ma tutti coloro che si sentono di sinistra, che non si sentono rappresentati e che sperano che questa loro idea, i loro valori e i loro principi abbiano una  storia ancora da scrivere.
Il 13 e il 14 aprile sono un’ occasione da non perdere per una Sinistra capace di influire nella situazione politica e di pesare nella storia d’Italia. Buon voto a tutti noi

Categorie: NEWS

UN VOTO PER COSTRUIRE IL FUTURO

Aprile 12, 2008 · Lascia un Commento

di Giovanni Berlinguer

Liste, simboli, schede e leggi elettorali. Questa stranissima campagna elettorale è caratterizzata più dalla forma che dalla sostanza. Alitalia ha cento giorni di sopravvivenza, la Tyssen ricatta i lavoratori, i rifiuti hanno intossicato anche le mozzarelle, la recessione dall’America si avvicina all’Europa, e imperterriti si discute dei contenitori della politica. I voti si chiedono per il partito più nuovo, più moderno, mentre governo e giustizia amministrativa litigano sui simboli e la scheda elettorale fa arrabbiare quanto le liste dei “nominati” che siederanno in parlamento. L’amaro in bocca è profondo. L’antidoto, come ha cercato di fare la Sinistra Arcobaleno, può consistere solo nel parlare di contenuti, del rapporto tra lavoro, rendita e profitto, di laicità e beni comuni, di ambiente e partecipazione. Di legalità e rispetto delle regole. La preoccupazione principale è che questo paese rischia di andare alla deriva per il sommarsi di due fattori, intrecciati tra loro: l’assenza di una politica forte, quella delle idee, dei valori e della cittadinanza, e il venire meno del senso civico, del rispetto dei diritti e dei doveri, del senso dello Stato e delle sue Istituzioni. E’ tutto il paese che deve ricostruire un’etica della cosa pubblica. E anche privata.
La malapolitica è madre ma anche figlia della malafinanza, della malasanità, della malamministrazione e via elencando. L’antipolitica accusa, e ha le sue ragioni, la casta, i partiti e perfino i sindacati. Ma sbaglia chi non associa le sue ire verso i privilegi degli eletti a quelli ancora maggiori dei banchieri e dei manager, ai loro guadagni e ai loro disastri.
Quando si parla di questione morale si pensa subito ai partiti, alla loro ingombrante presenza nella vita pubblica, all’occupazione dello Stato in tutte le sue articolazioni, ma ci si dimentica delle scelte economiche che hanno fatto crescere a dismisura il divario tra il salario dei lavoratori e quello degli amministratori delegati e dei finanzieri. I responsabili dei mutui subprime, dei bond argentini o del crack Parmalat, i campioni dell’industria di Stato che riducono al lumicino l’Alitalia, ma lasciano l’azienda con milioni di euro di liquidazione, hanno profonde responsabilità nel declino morale del paese. L’errore della politica è quello di aver pensato che con l’ingegneria istituzionale, le bicamerali e le leggi elettorali si potessero risolvere i problemi dell’Italia, cucendole addosso un vestito di taglia, stoffa e colore a suo piacimento.
Anziché riformare la politica si è dato spazio in prevalenza alle formule e ai leader, fino ad arrivare alla conferma di una legge che chiama l’elettore solo a ratificare i prescelti dalle segreterie dei partiti. Tutti sembrano rifiutare i voti della criminalità organizzata, ma poi nel centrodestra si recuperano in lista persone inquisite o condannate, si beatifica lo stalliere di Arcore e si va a cena con i boss.
Si è teorizzata la scomparsa delle ideologie ma il risultato sono programmi elettorali, come quelli di Pd e Pdl, che in molti punti si assomigliano e che sono ricchi di “effetti speciali”. Molti partiti, invece di favorire la partecipazione dei cittadini, hanno assunto sempre più connotati clientelari, lontani dalla vita e dai problemi delle persone. Poca morale e troppi interessi, con una frammentazione della rappresentanza e una politica ridotta alle strategie dei capi, che non riesce a parlare ai giovani. Girando per l’Italia, e ascoltandoli, ho percepito invece la crescita di una generazione critica, disponibile ad assumere le proprie responsabilità per il futuro dell’Italia.
Il lavoro, i diritti, i beni comuni (la pace, il sapere, l’ambiente), il futuro dei giovani sono le strade da percorrere per costruire un’etica e una politica vicine alle persone e alla loro vita. Solo così la questione morale non resta invettiva elettorale ma diventa parte di una rigenerazione della democrazia, che  altrimenti è destinata a restringersi ulteriormente. Occorre ancora una volta non arrenderci, essere più coraggiosi e farci largo con la forza delle nostre speranze

Categorie: NEWS

Ai lavoratori serve una sinistra unita e aperta al confronto – Intervista a Marco Fenaroli Segretario Generale CGIL Brescia

Aprile 12, 2008 · Lascia un Commento

di Fabio Sebastiani

Liberazione 11 aprile 2008

Marco Fenaroli è il segretario della Cgil di Brescia. Ha cinquantasette anni. E’ stato sempre vicino alle posizioni di quello che fino a poco tempo fa erano i Democratici di sinistra. Oggi ha scelto un percorso di critica al partito Democratico.

Dalle prossime elezioni il centro-sinistra perderà il trattino e ciò non potrà non avere conseguenze per il sindacato. Tu come la vedi?


Quello che mi preoccupa di più è che riceviamo continue ricette dal mondo politico nelle quali si trova molta demagogia. Questo rende il terreno sindacale molto difficile da praticare perché alla fine il sindacato rimane pur sempre un momento di mediazione sociale.

A che cosa ti riferisci?

Penso osprattutto alle proposte che si sentono da parte dello schieramento di destra e dal Partito democratico. Cito così, a caso, dalle pensioni alla eleminazione del carico fiscale sugli straordinari sul secondo livello di contrattazione, fino ai compensi ai precari. Si tratta di una invasione di campo pesantissima. Secondo me alla fine i lavoratori ci chiederanno cosa siamo capaci di replicare visto che i politici promettono a destra e a manca. Sul sindacato ricadrà il peso delle aspettative deluse.

Però è stato sempre un po’ così nei rapporti tra la poiltica e il sindacato, non credi?

No. Questa demagogia che nel centrosinistra è un dato nuovo. Siamo di fronte a una rincorsa sensa senso. Siccome che la sconfitta del partito democratico è probabile, assisteremo a una fuga dalle responsabilità da parte loro.

L’assetto istituzionale che si va prospettando non è tra i più rassicuranti per il sindacato. In più questo Partito democratico che vuole introiettare il confronto tra capitale e lavoro al suo interno sottraendolo in questo modo al Parlamento non è che sia una cosa positiva.

La corsa da soli, il nome del cadidato presidente del Consiglio ci dicono di una corsa sfrenata al presidenzialismo. Materialmente, si cambia il sistema da parlamentare a presidenziale. Si tratta di una semplificazione pericolosa perché la dialettica sociale ha bisogno di esprimersi. Il patto tra produttiori senza una critica al capitalismo italiano è un elemento che non ha molto senso. La Dc non ha mai candidato Mortillaro (a capo di Federmeccanica, ndr) perché la mediazione la faceva direttamente lei come partito-Stato. Nel partito Democratico vengono inglobate figure opposte sul piano della dialettica sociale, almeno sul piano simbolico. In realtà, c’è la critica alla precarietà ma non al tipo di sviluppo che abbiamo avuto fino ad oggi. E’ charo che il discorso non funziona.

Perché non funziona secondo te?

Perché non si vuole vedere che molti industriali hanno preferito investire sugli immobili piuttosto che nell’impresa che dirigono. I conti così non tornano.

Come vedi il processo di aggregazione nella sinistra e come valuti la dialettica con il sindacato?

Credo davvero molto nell’autonomia sindacale. Credo anche che si dovrà riscrivere perché il cambio della situazione politica non potrà non avere delle conseguenze . L’autonomia prevede un punto di vista proprio sulle varie questioni e quindi il rapporto con lo schieramento politico dovrebbe essere basato su un giudizio proprio. Vedo invece che ci sono giudizi sommari sul dindacato anche nella sinistra. E questo non aiuta a tenere largo il fronte. Il livello del confronto e dello scontro verso gli avversari dovrebbe alzarsi. E questo non dà la misura della costruzione di un nuovo soggetto.

In molti sostengono che il sindacato ha bisogno comunque di una sponda politica.

C’è bisogno di una sponda politica. Tante questioni sindacali se non sono raccolte rischiano di rimanere lettera morta. C’è bisogno di una sponda politica non solo nel gioco tra istanza sindacale e soluzione governativa o parlamentare. Il sindacato attualmente si trova in una fase difficile. C’è difficoltà a raccogliere la domanda sociale presente nelle metropoli e farla diventare politica. Il difetto del presidenzialismo si corre anche nel sindacato. La politica sindacale deve coinvolgere e rendere protagonisti i delegati.

La sinistra radicale ha preso sul serio questa questione del soggetto unico. Tu che ne pensi?

Penso proprio che il processo unitario vada fatto presto e bene altrimenti c’è il rischio di sfrangiamento e dispersione di forze. E’ importante la risconoscibilità del processo presso i lavoratori. E’ stato un errore aver rotto la coalizione. Aver abbandonato l’architrave dell’unità è stato un errore enorme. E’ un disastro. La risposta della sinistra deve essere opposta e quindi deve essere unitaria e aperta verso le forze del centrosinistra che si libereranno nelle contraddizioni del Partio demnocratico.

Categorie: NEWS