Blog de “La sinistra l’arcobaleno” a Brescia

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Responsabilità e umiltà per ricominciare e fare una sinistra di popolo

Aprile 20, 2008 · 1 Commento

Intervista a Niki Vendola apparsa su Liberazione del 17 Aprile 2008

di  Anubi D’Avossa Lussurgiu

 

Nichi Vendola, pare proprio che tocchi ricominciare a parlare di frantumazione politica per cominciare a parlare della sconfitta della sinistra. Nel senso che dopo la frana di consensi e l’uscita storica dal Parlamento imposta dagli elettori, i primi atti soggettivi dei partiti che avevano accettato – almeno elettoralmente – il nome unitario dell’Arcobaleno sono ora gesti di divisione. Tra di loro e al loro interno. A noi tocca, credo, parlare di Rifondazione comunista…
Il peggio che può accadere è che si ricominci dalla politica in forma di resa dei conti, di ricerca del capro espiatorio. Sarebbe una dinamica di continuità con la catastrofe. Perché un gruppo dirigente serio nella sua collegialità deve mettersi in discussione e deve dirigere una rapida transizione verso una fase di rilancio e riorganizzione del progetto politico. Per una questione, direi, di igiene: e di moralità comunista. Se invece si cerca l’abbrivio di una discussione urlata, di una rapida giustizia sommaria, credo che il danno sarà irreparabile.

Vediamo se ho capito: il confronto sulle responsabilità del disastro non può dislocarsi all’interno dei gruppi dirigenti, ma deve partire da una messa in questione collettiva e generale. Se è questo che proponi, come si deve tradurre concretamente? Che forme deve assumere l’ovvia restituzione di parola alla “base”?
Naturalmente, il partito è una cosa più larga di quanto non siano le istanze organizzate dei gruppi e dei sottogruppi: quindi penso che chiunque voglia difendere il patrimonio che con tanti sacrifici tutti insieme abbiamo accumulato, deve mettere al primo posto un’idea forte di solidarietà all’interno di questa comunità politica che è Rifondazione comunista. Per potere, ancora tutti insieme, guardare con spietatezza le ragioni non congiunturali di una sconfitta tanto radicale. La sconfitta può essere anche vissuta come la ritirata in una casa più piccola, forse anche più comoda per chi ha soltanto il problema di ritagliare uno spazio di sopravvivenza ad un frammento di ceto politico. Ma o il nostro progetto resta quello di una grande innovazione politico culturale, che ambisca a ricostruire il profilo di una sinistra di popolo, oppure la nostra gente abbandonerà il campo e si ritirerà a vita privata.

Fermiamoci allora sulla “catastrofe”: sarà un problema mio, ma non capisco come la discussione possa aprirsi senza il punto di partenza di un’analisi del voto. Voglio dire senza confrontarsi su dove sono andati a finire i voti persi, per riscostruirne le ragioni e ascoltarne i messaggi. Ci proviamo?
Intanto il punto d’inizio: la nostra perdita ha dimensioni catastrofiche, perché si tratta di oltre due milioni e mezzo di voti. Che sono usciti in forma più consistente verso il partito democratico, ma non solo: verso il suo alleato, l’Italia dei Valori; e, mi pare evidente, anche verso la destra e al Nord verso la Lega; così come verso l’astensione…

Che sono – il non voto, la Lega e l’Idv – i soli serbatoi aumentati in valori assoluti in queste elezioni. Avrà pure un significato…
Secondo me, per quel che ci riguarda, si rende evidente un mix di ingredienti che caratterizza la nostra sconfitta. Noi e quasi esclusivamente noi abbiamo pagato, naturalmente, tutti gli scontenti rispetto al governo Prodi: sia dal lato delle critiche e delle delusioni, delle “sofferenze” sociali, sia da quello simmetrico d’una punizione dei fattori “perturbativi” della governabilità. E inoltre non siamo stati percepiti come un’alternativa etica, laddove su questo tereno si è colocata la percezione della crisi della politica: e qui ha capitalizzato Di Pietro, a mio parere attraverso un “mediatore culturale” che è il grillismo.

Come, allora, è stata percepita la sinistra per essere così “punita”?
Siamo stati fino in fondo percepiti come una icona dell’inefficacia dell’agire politico. Di più, veniamo per così dire “asfaltati” da quest’idea duplice con cui si è depositata nei corpi sociali: che da un lato intende l’efficacia come blindatura della governabilità e dall’altra assume come misura i risvolti concreti immediati, nella vita materiale d’ognuna e d’ognuno, dell’azione politica.

Dunque, la percezione fondamentale era quella d’una inefficacia.
Già: ma l’inefficacia è stata in qualche maniera drammatizzata da ciò che apparso come un’improvvisazione elettoralistica. Intendo l’immagine di cartello elettorale. Non ha indicato una chiara prospettiva futura; e nemmeno un superamento in una nuova fucina non tanto delle culture politiche dei partiti coinvolti quanto del corollario di beghe di piccoli palazzi, di politicismi. E’ apparso un debole “manifesto” per indicare un luogo che era confuso: noi, voglio dire, chiedevamo di votare al massimo un’allusione. E così siamo stati percepiti davvero come un residuo, come un cimelio.

La sorte “museale” che avvertivi come rischio della sinistra politica in questa temperie storica, già in quella nostra intervista prima dell’estate scorsa, a Bari…
E’ fastidioso rivendicarlo, ma è così, avevo provato a dirlo. Ora invece dico: se qualcuno crede che questo problema possa essere affrontato e risolto sul terreno delle questioni identitarie, io credo che sarà rapidamente smentito dalla realtà dei fatti. Il punto di fondo di quest’insuccesso totale credo infatti sia nel totale scoordinamento dei nostri tempi rispetto a quelli della realtà. Che, invece, ci chiedeva un vero e proprio “salto” organizzativo e culturale…

Un momento: questa “domanda della realtà”, che pure è stata evocata nella campagna elettorale della sinistra senza appunto riuscire ad andare oltre un’allusione, non viene da un po’ prima? Non era già più che matura, intendo, da ben prima della stessa scommessa della partecipazione al governo?
Se posso dire così, il momento “topico” era quello in cui eravamo politicamente perdenti e culturalmente vincenti: il 2001, a Genova. Allora, forse, dovevamo intendere che il filtro e la rappresentazione politica di quelle istanze di cambiamento erano maturi per poter essere sottoposti ad un’operazione coraggiosissima quanto necessaria di innovazione. Intervendo proprio sul tema del soggetto politico.

Ecco: e non è che questa “occasione mancata” precede come problema e anche determina, per così dire, quello della fallita scommessa sul governo?
Quel che non si puo non vedere è che nell’esperienza di governo la sopravvivenza di “quello che c’era” ha portato noi ad essere i parafulmini di qualunque tempesta. Perché da un lato rispetto all’insieme delle istanze di movimento, anche se condividevi percorsi e battaglie, perdevamo credibilità malgrado la pretesa d’efficacia, riferita proprio alla presenza nel governo. D’altro canto, nonostante l’inefficacia del nostro posizionamento critico all’interno del governo – perché su Val di Susa e Dal Molin, per dirne due, non portavamo a casa niente – il fatto che eravamo collocati nella piazza e nel movimento diventava oggetto dei fulmini di tutt’un’area, anche democratica, che pensa la priorità sia tener saldo il quadro del governo. Insomma: noi eravamo nell’occhio del ciclone, ma capita in queste circostanze che chi sta nel suo occhio non si acorga che intorno c’è il ciclone. E invece di essere quelli che, contemporaneamente, vedono crescere la capacità di governo senza rinunciare a implementare il proprio radicamento nei movimenti, siamo apparsi spiantati sia dalla terra della politica che da quella della società.

E qui torniamo al punto dell’assunzione di responsabilità: se le cose stanno così, come deve esplicarsi?
Se le cose stanno così, domando io, facciamo la discussione sul fatto che la colpa è del ministro Paolo Ferrero? Mi pare francamente ingeneroso. O la facciamo sul fatto che la colpa è del segretario Franco Giordano? Mi pare francamente grottesco. Almeno questo residuo di stalinismo penso che ce lo possiamo risparmiare. Non si cerchino i colpevoli ma s’indaghino le cause. Ripeto, assumendoci collettivamente la responsabilità della sconfitta.

Ma, dal passato al futuro, un’assunzione di responsabilità per cosa? Per proporre quale compito?
Il tema è per me quello che ti ho detto, d’una nuova sinistra di popolo. Problema molto serio: perché significa lottare sapendo d’essere una minoranza ma senza avere atteggiamenti minoritari. La grandezza del movimento no global è stata quella di aver sfidato il pensiero unico superando la variegata mappa di tutti i minoritarismi. E per me quello è il punto di svolta quando voglio immaginare la ricostruzione del campo teorico d’un soggetto d’alternativa.

Uno che certamente è d’accordo su questa premessa, Marco Revelli, indica provocatoriamente al “bagno d’umiltà” della sinistra l’esempio della Lega, ovviamente agli antipodi poltici, per indicare come centrale il nodo del territorio e del legame sociale…
Certo, la Lega è una doppia comunità. E’ comunità politica che si sovrappone alla reinvenzione d’una comunità territoriale. In qualche maniera offre un doppio riparo rispetto alle tendenze di disidentificazione verso la globalizzazione. Ha costruito un alfabeto che mutua il populismo dal popolo. Si carica di un’identità che altre volte abbiamo definito come di “plebeismo piccolo borghese” e lo restituisce in forma di discussione pubblica, liberato da qualunque freno inibitore. E, ciò che è più importante dal punto di vista della nostra messa in discussione, occupa degli spazi che non solo noi non occupiamo, ma proprio non conosciamo più.

Mi pare parlino su un altro piano sempre di questo altre due voci critiche, ascoltate prima del voto: quella di chi, come Marramao, additava la mancata elaborazione a sinistra del divorzio fra simbolico e dimensione delle pratiche, e quella femminista che l’ha specificato nella fissità, sempre a sinistra, della crisi del simbolico politico maschile. Non sono modi di dire la mancata messa in causa del soggetto politico, della sostanza appassita nelle sue forme?
Ripartire di qui, è appunto il compito. Se c’è chi pensa che si possa ripartire dal partitino, che la collocazione extraparlamentare diventi una specie di codice politico-culturale, sta giocando una partita che non c’entra niente con i bisogni della società italiana come con la necessità di reinventare la sinistra. Occorre partire invece dal fatto che siamo stati e ci siamo esiliati dal simbolico, dalla generalità delle forme di coscienza. Sembriamo possedere un alfabeto indecifrabile e il nostro agire politico sembra un esodo dai luoghi della moderna concentrazione di umanità: il nostro racconto è sempre d’un rapporto esteriore, un po’ sociologico un po’ apocalittico, quando un tempo a raccontare era il lavoro politico, la costruzione di reti di comunità, la messa in sequenza di vertenze, la capacità di dare alla politica un ruolo pedagogico. Oggi anche il nostro racconto sembra mutuare più dalla fiction che dall’attraversamento della realtà.

Cerchiamo di esplicitare i termini politici attuali di queste considerazioni: l’assunzione collettiva di responsabilità, se tale è il grado di crisi soggettiva certificato, a chi deve rivolgersi e in che luoghi deve svolgersi? Con chi e dove bisogna “elaborare il lutto”?
Ci conviene, dico io, anche fare un funerale. Portiamo a seppellimento il cadavere di qualunque nostro dogmatismo, settarismo, spocchia e superbia intellettuale. C’è un lavoro che va ricominciato con immensa modestia. Un lavoro che dev’essere spigliato, libero, non ricattato. Con tuti quelli che ci stanno. Per questo, in queste ore, dobbiamo lanciare un messaggio molto forte alle compagne ed ai compagni: quello di partecipare ad una battaglia politica esplicita. Chiudersi in qualunque nicchia significa candidarsi al suicidio. E può anche accedere che per molte ragioni la sinistra italiana come soggetto autonomo sparisca; oppure, che finisca in una piccola commedia senza respiro e senza importanza. Dobbiamo rifiutare questa prospettiva, se possibile. E dobbiamo metterci tutti in gioco. Perché ora c’è solo un modo per salvare la sinistra politica, in Italia: sfidare noi stessi a costruire una grande e nuova sinistra.

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Pari diritti a gay,lesbiche e trans

Aprile 8, 2008 · Lascia un Commento

dal Bresciaoggi 8 aprile di Lucilla Perrini

L’ incontro promosso dalla Sinistra l’Arcobaleno sulla «Cittadinanza delle persone lesbiche gay e transessuali» stasera alle 20,30 al Museo Ken Damy, nasce dalla volontà di dare visibilità e autorevolezza alle differenze di genere «tema di cui poco si parla perché g enera ancora imbarazzo – dice Donatella Albini, capolista – e la politica non sa dare risposte». Parlare anche dei diritti di gay, lesbiche e transessuali è nel progetto «di vita e di città che vogliamo – spiega la Albini – un paese che sia laico, che dia piena attuazione ai diritti civili e alla politica delle differenze». E ricorda che il primo atto del governo Zapatero è stato proprio contro la violenza di g enere, con l’inserimento curriculare dell’insegnamento sull’identità di genere. «Dobbiamo ancora fare tanta strada in Italia – spiega Sergio Mazzoleni dell’Arci gay – per superare una cultura condizionata dai pregiudizi. Il primo passo potrebbe essere l’adesione al Re.a.dy, una rete nazionale delle pubbliche amministrazioni per il superamento delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale».
Questo permetterebbe politiche e atti amministrativi che sappiano rispondere ai bisogni delle persone lesbiche, gay e trans. «Con l’adesione si sottoscrive una carta di azioni positive sul territorio – precisa Manuela Fazia di Pianeta Viola – dal dialogo con le associazioni alla sensibilizzazione sulla popolazione locale, alla formazione di alcune categorie come gli inse gnanti, i pubblici dipendenti». Il discorso della discriminazione sul posto di lavoro è particolarmente sentito dai transessuali, denuncia Gloria Sosta, presidente di Lily Elbe, associazione di supporto ai trans nata nel settembre scorso, e «si sente la necessità di seguire l’esempio già di altre città, di borse di sostegno, con la promozione di percorsi formativi rivolti a tutti gli enti in cui l’offerta di lavoro è estesa anche ai trans».

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NON SIAMO TUTTI UGUALI

Marzo 31, 2008 · Lascia un Commento

Le chiedo gentilmente spazio sulla sua rubrica per esprimere una mia opinione, perché sento che troppe volte la sofferenza, il dolore e le fatiche che molti operai fanno per poter arrivare a fine mese viene strumentalizzata a fini elettorali. Ho avuto modo di ascoltare in confronti televisivi affermazioni tese a dimostrare che oggi, nel terzo millennio, tutto è uguale, tutti siamo uguali.
Massimo Calearo, già leader dei padroni metalmeccanici, oggi candidato nelle liste del Partito democratico, ha affermato che la destra e la sinistra oggi «si differenziano solo per il lato di Montecitorio in cui siedono i parlamentari».
«L’imprenditore è un lavoratore, che rischia, che ci mette del suo»: dopo la bufala del «lavoratore imprenditore di se stesso», ecco la nuova, brillante teoria di Walter Veltroni.
Così, con un colpo di bacchetta magica, nei luoghi di lavoro e nella società scompaiono le classi, i diversi interessi, i differenti bisogni. Così non ci sono più sfruttatori e sfruttati. E la politica non serve più. Ma questo mondo dipinto in tinte pastello, questo mondo dai tratti sfumati, non è il mondo in cui viviamo.
Nel mondo vero si muore sul lavoro e ci si ammazza per aver perso il lavoro. Nel mondo vero c’è chi si sposta con l’elicottero privato e chi con treni lerci e sempre in ritardo; c’è chi «gioca in Borsa» e guadagna miliardi e chi sopravvive, come tanti operai della OM Iveco di Brescia con mille euro al mese; c’è chi possiede dimore hollywoodiane e chi per un appartamento di quaranta metri quadri spende metà del suo salario; c’è chi evade le tasse e viene persino applaudito agli onori della cronaca e chi le paga direttamente in busta paga; c’è chi tiene «i risparmi» in Lussemburgo o nei paradisi fiscali e chi è costretto a indebitarsi; c’è chi ha diritto di voto e chi, pur lavorando in questo Paese, di fatto non esiste.
Non è vero che tutto è uguale, non è vero che tutti siamo uguali: ci sono ingiustizie e privilegi, c’è chi subisce e chi comanda, c’è chi fatica e chi non ha problemi.
Le classi, i diversi interessi, i differenti bisogni ci sono. E allora la politica serve. Una politica «di parte», una politica che sceglie chi e quali esigenze rappresentare.
Una politica che si pone l’obiettivo di ridurre i privilegi, di sanare le ingiustizie.
Una politica capace di riconoscere l’abisso che separa sfruttatori e sfruttati. E allora serve la sinistra. Serve chi si schiera nettamente dalla parte di chi vive del proprio lavoro e si merita di vivere meglio.
Appaiono ipocrite, a mio parere, le conferenze operaie nazionali, di sessantottesca memoria, quando poi nel concreto si effettuano scelte che colpiscono gli interessi veri degli operai e delle operaie e si ipotizza di cancellare i contratti e lo statuto dei lavoratori.
In tutta la mia vita da operaio, da sindacalista e ora da consigliere regionale, non ho mai né criticato né condannato chi la pensa diversamente. Mi infastidisce però che si prenda in giro chi lavora onestamente e produce la ricchezza del Paese.
OSVALDO SQUASSINA
Consigliere regionale Sinistra Arcobaleno
(Giornale di Brescia – 30 marzo 2008)

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Al Senato Berlusconi può perdere ma solo se la sinistra va bene

Marzo 24, 2008 · Lascia un Commento

Tutti i sondaggi oggi dicono che la coalizione di destra (Berlusconi), alla camera, vincerà, sconfiggendo la coalizione di centro (Veltroni) con un vantaggio che va dal 6 al 10 per cento, e in questo modo si assicurerà il premio di maggioranza. Vuol dire che Berlusconi, seppure otterrà circa il 43 o 44 per cento dei voti, avrà alla Camera il 55 per cento dei seggi. Cioè una maggioranza sicura, comne l’aveva anche Prodi. Così dice la legge, anche se sulla costituzionalità di questa legge ci sarebbe forse da discutere (ma in un’altra sede). La situazione – sempre per via delle stranezze della legge elettorale – è parecchio diversa in Senato. Qui i premi di maggioranza sono regionali, e questo rende molto più difficile a un partito o a una coalizione di ottenere una maggioranza abbastanza solida. A conti fatti, sulla base dei risultati probabili, si calcola che Berlusconi potrebbe avere una maggioranza esilissima, forse di un solo seggio o, nel migliore dei casi, di cinque seggi (contando i senatori a vita). Questo se il centrodestra vincerà nel Lazio. Se invece – come non è affatto improbabile – dovesse essere sconfitto nel Lazio, allora Berlusconi non avrà la maggioranza. In quel caso nessun partito e nessuna coalizione avrà la maggioranza. O si torna alle urne o si deve trovare una formula di grande coalizione, e non è affatto improbabile che su questa soluzione già ci sia un accordo tra Veltroni e Berlusconi.
Comunque il risultato di Berlusconi al senato, in termine di seggi conquistati, sarà negativo in modo direttamente proporzionale al successo della sinistra arcobaleno (e anche della lista di Casini). Cioè: tanti più seggi conquisteranno queste due liste, tanti meno seggi conquisterà Berlusconi).
da Liberazone 23/03/2008 – di Piero Sansonetti

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Sinistra Arcobaleno della Lombardia al Pd:”Non spianiamo la strada al centrodestra”

Febbraio 8, 2008 · Lascia un Commento

Lo scioglimento delle Camere e l’apertura della fase elettorale richiedono, a nostro giudizio, che si affrontino insieme alcune questioni. Crediamo che la Lombardia possa esprimere una opinione sulle scelte e lo scenario nazionale, proprio perché siamo convinti che uno dei più forti fattori di rinnovamento della politica sia non accomodarsi passivamente agli orientamenti nazionali, cioè – in questo caso – alla scelta di autosufficienza del Pd. Le elezioni imminenti hanno al centro la questione del lavoro, dei redditi e dei salari, della devastazione ambientale, della credibilità della rappresentanza politica in una società che esige una svolta morale, della difesa della legge 194 e della libertà delle donne. In Lombardia elettrici ed elettori sentono questi bisogni e individuano in uno schieramento del centrosinistra, rinnovato nei suoi contenuti e nelle sue forme e rafforzato dai processi unitari in corso che superano la frammentazione politica, la coalizione che può rispondere alle questioni politiche e sociali più rilevanti. La contemporaneità, politica e speriamo anche materiale, con un significativo turno di elezioni amministrative ci pone poi l’esigenza di avere una occasione di confronto sulle diverse situazioni locali. Il forte rischio, infatti, è che insieme al governo nazionale si consegni al centrodestra anche il governo locale, a Brescia e Sondrio e negli altri comuni lombardi al voto. Vi è poi tutto il campo degli effetti sulla Regione della vicenda nazionale: anche qui i tempi rischiano di farsi davvero incalzanti e non si deve disperdere il patrimonio accumulato in questi anni nell’opposizione sociale e politica al modello di Formigoni.

Tino Magni, Pietro Mezzi, Alfio Nicotra, Alberto Visco Gilardi; Mario Agostinelli, Marco Cipriano, Carlo Monguzzi, Luciano Muhlbauer, Marcello Saponaro, Arturo Squassina, Osvaldo Squassina, Bebo Storti
Coord. e cons. reg. de “la Sinistra l’Arcobaleno”

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DONATELLA ALBINI «Primarie per ritrovare l’unità persa»

Febbraio 6, 2008 · 1 Commento

Al tavolo delle trattative la Sinistra arcobaleno porterà il nome di Donatella Albini (medico ginecologo a Chiari, indipendente) come possibile candidato-sindaco. Il suo sembrava un nome da testare alle primarie ma – ora che le primarie sono più lontane – il suo ruolo rischia di essere meno chiaro. È lei stessa a chiarirlo.
Dottoressa, le sarà candidata sindaco alle primarie, al primo turno o a cosa?
La mia è una candidatura a sindaco e basta, con pari dignità rispetto ad altre. È una candidatura offerta e sofferta da parte di una persona che non ha tessere di partito. La mia è una candidatura assunta nella consapevolezza che il centrosinistra debba andare unito al voto. Per raggiungere questo obiettivo servono le primarie, come chiedono la sinistra che mi sostiene e il Pd.
A livello nazionale l’Unione non gode di buona salute…
Ma c’è una particolarità bresciana, e le amministrative non sono sovrapponibili alle politiche. Se a livello nazionale ci sono grandi contraddizioni, a Brescia il realismo politico e il tessuto culturale e politico dicono che ha senso che il centrosinistra si presenti unito.
Fra le forze che compongono la sinistra arcobaleno, ce n’è una a cui si sente più vicina?
La mia posizione e la mia storia mi consentono di essere vicina a tutti e prima di tutto a me stessa. Ho militato nel movimento studentesco, nel movimento delle donne, nei primi quartieri, sono stata alla scuola di Dolores Abbiati nel Pci, negli anni dell’università ci si trovava con Cremaschi e Sabattini. I rapporti nazionali mi hanno reso più autonoma, e mi consentono di riconoscermi oggi sia nelle forze della sinistra arcobaleno che in un pezzo del Pd. Chi ha vissuto da sempre a Brescia sa che pensare a una sinistra che va da sola è utopistico.
La sinistra radicale è accusata di dire sempre di no, dalla Brebemi alle grandi opere. Lei dirà qualche sì?
La mia passione è tanta, la competenza poca. Ho però la visione della realtà. Sono d’accordo con la politica della viabilità impostata dai Verdi, considero la sicurezza come una condizione di democrazia e di vivibilità per le persone. Se mi capiterà di fare il sindaco, la prima cosa che farò sarà istituire il servizio soccorso violenza sulle donne. È stato il primo atto del governo Zapatero dà visibilità al problema. Io rivendico il mio essere fuori dai protocolli delle segreterie: so che la politica è mediazione, ma non rinuncerò a dire la mia.
C’è il rischio che il centrosinistra perda i pezzi…
Io spero che si superi questo rischio nella logica del buon governo della città. per non far vincere il centrodestra ci vuole un centrosinistra unito. Spero che ai fini dell’alleanza di governo anche i socialisti, alla fine, accettino il metodo delle primarie. Non esiste, non immagino un centrosinistra senza la loro risorsa umana e progettuale.
Cosa la allontana di più dalla destra?
Il loro rapporto con gli stranieri, a cui non riconoscono cittadinanza. Gli stranieri sono il nuovo che avanza, nel mio reparto il 70% delle nascite è di bimbi stranieri. E poi l’idea poliziesca di sicurezza, invece è ordinamento della città.
I suoi rapporti con gli altri candidati del centrosinistra?
Del Bono non lo conosco. Con Laura abbiamo fatto un convegno sulla violenza sulle donne. Ma dopo la mia candidatura non ci siamo ancora sentite.

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REFERENDUM ACQUA: BENE APPROVAZIONE AMMISSIBILITA’, ORA MAGGIORANZA DIMOSTRI COERENZA CON LEGGE CHE RISPETTI GESTIONE PUBBLICA RISORSA

Febbraio 5, 2008 · Lascia un Commento

Con l’approvazione da parte del Consiglio dell’ammissibilità del referendum sull’acqua registriamo un positivo passo in avanti, ora attendiamo che il Progetto di Legge proposto dalla Giunta rispetti quanto dichiarato dall’assessore Buscemi, cioè che l’acqua è un bene comune e che la sua gestione, perciò, deve essere pubblica.

Dopo i reiterati tentativi di rinviare il voto per l’ammissibilità, la Cdl ha dunque ripreso a ragionare, a seguito delle forti proteste dell’Unione, che aveva denunciato la scarsa sensibilità democratica del centrodestra, e degli oltre 130 Comuni che il referendum l’hanno con forza richiesto.

Si tratta ora di discutere del merito della questione, in Commissione Ambiente è infatti approdato il Progetto di Legge presentato dalla Giunta per cambiare la legge attuale. Solo la modifica degli articoli che il referendum vorrebbe abrogare potrebbe rendere non più necessario il suo svolgimento.

Quello che ci attendiamo dalla maggioranza è che non tradisca le dichiarazioni di Buscemi in Consiglio, perché dire che l’acqua è pubblica e che dal pubblico va governata e poi mantenere una legge che obbliga alla cessione ai privati sarebbe una presa in giro dei cittadini contro la quale ci opporremo con decisione.

I Consiglieri regionali
Marco Cipriano (Sd), Mario Agostinelli (Prc), Carlo Monguzzi (Verdi), Bebo Storti (PdCi)

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LA SINISTRA L’ARCOBALENO PRESENTA DONATELLA ALBINI CANDIDATO SINDACO PER LE AMMINISTRATIVE 2008

Gennaio 26, 2008 · 2 Commenti

senza-titolo-1.jpg«La donna ha da impreziosire l’umano con la dolcezza»: è presa dai pensieri di Madre Anna Maria Canopi, suora di clausura nell’abbazia di Orta San Giulio, la prima citazione nel discorso di autopresentazione di Donatella Albini, candidata sindaco della Sinistra Arcobaleno per le amministrative cittadine. «Noi donne abbiamo saperi che altri non hanno», aggiunge subito fugando qualsiasi ipotesi di un idealismo che i partiti tradizionali possano «cercare di manipolare». Parla di «etica del dubbio, consapevolezza del limite». Di un’aspirazione a dare concretezza a termini come «felicità, solidarietà, rispetto» con il supporto di chi ha competenze. Vede Brescia, in prospettiva, come «una grande città luminosa», amica dei bambini e attenta agli anziani, «capace di una religiosità intima e comunitaria» e capace, anche, di far convivere automobili e biciclette, magari con qualche possibile «strizzata d’occhio» tra le une e le altre.
Il programma è tutto da costruire, con l’apporto delle quattro componenti che a Donatella Albini affidano il ruolo-guida: Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Sinistra democratica, Verdi. «Da mesi abbiamo avviato un percorso unitario nel nostro impegno per la città. Auspichiamo per Brescia una coalizione ampia, con l’obiettivo di una forte innovazione», ha spiegato ieri la coordinatrice provinciale della Sd, Cristiana Manenti, facendosi portavoce nell’affollato tavolo di presentazione della candidatura, nella sede dei Gruppi consiliari del Comune. Erano presenti per Rifondazione il parlamentare Maurizio Zipponi, il consigliere regionale Osvaldo Squassina, la segretaria provinciale Giannarosa Baresi e il consigliere comunale Manlio Vicini; per il Pdci il segretario provinciale Carlo Colosini; per Sd il consigliere regionale Arturo Squassina e il consigliere comunale Carlo Borgogna; per i Verdi, che si propongono di inserire una loro lista nella formazione della Sinistra Arcobaleno, il presidente provinciale Paolo Mori, l’assessore comunale Ettore Brunelli e il consigliere Paolo Vitale.
Convocato per la presentazione della candidatura, l’incontro non poteva sottrarsi a qualche valutazione sugli ultimi sviluppi nazionali. «La crisi – ha rimarcato Cristiana Manenti – è stata determinata da forze centriste all’interno della coalizione, nel momento in cui si poteva avviare a compimento il programma di governo, con una ridistribuzione dell’extragettito alla parte sociale che più ha subìto negli anni scorsi gli effetti di una ridistribuzione verso l’alto, a vantaggio di profitti e rendite. Questa è una crisi di chiara valenza politica». All’obiettivo di una ridistribuzione verso le fasce sociali svantaggiate, si aggiunge per la Sinistra Arcobaleno la sottolineatura alla questione morale, alla «necessità di riforme» ai fini della democrazia.
Come in ambito nazionale l’obiettivo è «la crescita dei diritti: ridurre la distanza tra la società civile e la società politica, ricercare sempre più la voce della società civile, costruire ponti di collaborazione». Con questo spirito ci si impegna a partecipare alle «primarie» promosse dal Partito democratico, in quanto «strumento di partecipazione e di democrazia» e con il proposito di richiedere un preciso impegno alla coalizione che potrebbe formarsi. Con la guida di Donatella Albini si profila «il progetto di una città partecipata», la scelta è stata determinata dal suo «impegno politico e civile nelle campagne per la laicità e per la tutela dei diritti».
«Non ho alle spalle una carriera politica che mi renda nota», premette la candidata abbinando però alla sua professione di ginecologa il suo sentirsi «cittadina con passione per la politica». Nella rapida biografia inserisce l’età – 53 anni -, gli studi e il primo impegno nei fermenti dell’epoca al liceo Arnaldo, la scelta della facoltà di Medicina per la sua connotazione umanistica in rapporto al rigore della scienza. «È stata una bella stagione, nei movimenti dei giovani e delle donne», seguita dall’apprendimento dell’«arte dell’ostetricia, che richiama la maieutica socratica nella gioia di far nascere un bambino» alla clinica Mangiagalli di Milano.
Ricorda il volontariato in Irpinia, l’ingresso nel Consiglio comunale di Brescia nel 1990 con il Pci, la vicinanza a Dolores Abbiati «grande maestra di politica» oltre all’amicizia con Giorgio Cremaschi nata ai tempi dell’Università.
«La politica ha sempre attraversato la mia vita», osserva elencando tra le esperienze significative gli incontri nelle scuole, l’impegno per Sarajevo, il dialogo con le straniere, l’Università delle Donne. Laura Castelletti «è un’amica e sarà un’interlocutrice valida», ci sarà modo di conoscere presto Emilio Del Bono. Donatella Albini sa di poter contare sul sostegno della famiglia e intende mantenere in questi mesi il suo lavoro all’Ospedale di Chiari perché «è lì la radice del mio sguardo sul mondo».
L’ultima citazione è da Cervantes: «Se una persona sogna da sola, il suo resta soltanto un sogno; se molte persone sognano insieme, questo è l’inizio di una nuova realtà».
di Elisabetta Nicoli dal Giornale di Brescia del 26 gennaio 2008

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Riflessioni sulle proposte di aggregazione elettorale in campo di G. Silvestri

Gennaio 21, 2008 · Lascia un Commento

“Io provo il logorarsi dello specchio che non si placa in una sola immagine”: forse queste splendide parole del cieco/veggente Jorge Luis Borges possono sintetizzare come una metonimia, la situazione attuale e lo stato dell’arte della politica (anche quella che si vuole “alternativa”) in Italia.Il logoramento, infatti, è più che evidente; dobbiamo prendere atto che la controriforma, teorizzata dalla Trilateral nel lontano 1975, si è in gran parte attuata. Come, mi pare, è quasi giunta in porto l’agenda della P2 e di Gelli con annessi e connessi. Il succo è: la democrazia autoritaria con l’appendice della dittatura delle pseudo/maggioranze, la residualità delle organizzazioni dei lavoratori e dei loro referenti politici, la destrutturazione dei diritti collettivi ed individuali, uno stato tecnocrate/teocratico/di classe, l’informazione embedded, il darwinismo sociale con relativo egoismo soggettivo, il pensiero unico, la residualità di ciò che è “altro”dagli angoli che sporgono dalla logica di morte  imperiale. In altri termini il neoliberismo e questa globalizzazione sono state la risposta al femminismo, alle lotte operaie, all’ecopacifismo, ai movimenti di liberazione ed autodeterminazione dei popoli, alle insorgenze studentesche, al rifiuto del neocolonialismo, ai flussi migratori, ai nuovi saperi e relazioni/reti, alle richieste di nuova cittadinanza ed autovalorizzazione, alla difesa ambientale del pianeta, al rifiuto del precariato,  alla “nuova potenza  planetaria” contro la distribuzione ineguale delle risorse, le  produzioni di morte, le guerre. Era ed è la rivoluzione  ….leggi tutto

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